REPORTAGE

A Kherson una clinica sotterranea per partorire

In visita nella struttura-rifugio che consente il ricovero di una trentina di donne, a un solo chilometro dalla linea del fonte

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  • 53 minuti fa
Una sala della clinica sotterranea a Kherson
04:06

SEIDISERA del 29.06.2026: Il reportage di Pierre Ograbek sulla clinica sotterranea a Kherson

RSI Info 29.03.2026, 18:00

  • RSI
Di: SEIDISERA/Pa.St. 

Restare sotto i bombardamenti per non lasciare morire una città, per non permettere alla Russia di scacciare la popolazione civile. A Kherson, in Ucraina, è un po’ questo che sta capitando: alcune decine di migliaia di abitanti sono rimaste, non se ne vanno anche se dall’altra parte del fiume Dnipro c’è l’esercito russo, che nelle ultime settimane ha decisamente aumentato l’intensità degli attacchi quotidiani, con droni e artiglieria.

E a Kherson si può ancora partorire. Per rimanere in città, si mantiene infatti in attività anche la clinica ostetricia. Una clinica che però opera nei sotterranei di una struttura di cinque piani, a un solo chilometro dalla linea del fronte che corre lungo il fiume.

Sopra ci sono cinque piani di corsie, camere, sale e corridoi, che sono stati pesantemente danneggiati dai bombardamenti e ora sono abbandonati. Sottoterra, invece, c’è uno spazio nuovo, moderno, luminoso e pulitissimo, come racconta a SEIDISERA l’inviato della RSI in Ucraina, Pierre Ograbek.

Il direttore della clinica è Petro Marenkovski che spiega: “Questa clinica è sempre esistita e ha sempre funzionato. Poi è arrivata la guerra. Il personale e i pazienti hanno allora iniziato a scendere, dal quarto piano fino al piano terra. Ma neanche lì si era al sicuro”. In seguito a massicci attacchi da parte dell’artiglieria russa, che hanno inflitto gravi danni al reparto maternità, tutta l’attività si è spostata ancora più giù. “Nel sottosuolo c’era il vecchio rifugio antiaereo dell’epoca sovietica - continua Marenkovski - lì hanno iniziato ad allestire sale parto e blocco operatorio, una soluzione semplice e bella”.

Il direttore Petro Marenkovski

Il direttore Petro Marenkovski

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Da oltre un anno il lavoro della clinica avviene dunque sottoterra. I rifornimenti non mancano, anche se questa zona della città, troppo vicina al fiume, sembra ora quasi abbandonata.

“È stata un’idea adottata insieme, collettiva – aggiunge il direttore medico Volodymyr Horbachevski - le autorità locali l’hanno sostenuta, coscienti di quanto la situazione fosse pericolosa. Abbiamo raccolto i fondi necessari, anche con il sostegno delle Nazioni Unite, che hanno acquistato le attrezzature necessarie per questo reparto maternità sotterraneo”. 

Il dottor Volodymyr Horbachevski

Il dottor Volodymyr Horbachevski

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La struttura, spiega ancora Horbachevski, può ricoverare circa 30 partorienti. “Ma se la utilizziamo come rifugio, possiamo accogliere più gente”. E non viene usata soltanto dalle donne di Kherson. “Capita che le partorienti arrivino anche da altre città. Le nostre condizioni sono decisamente migliori, a parte il problema della sicurezza. Chi è andata a Mykolaiv, ad esempio, ci ha detto che sembrava di essere tornati ai tempi dell’Unione sovietica. Le condizioni non sono proprio paragonabili”.

Nella clinica sotterranea si sente a suo agio anche il personale ospedaliero, come dice il direttore Marenkovski: “Se c’è un bombardamento, qui non si sente nulla. Ma è stato piuttosto laborioso: abbiamo sistemato questa parte mentre operavamo al piano terra. Agli operai dovevamo sempre chiedere di lasciare uno spazio libero quale rifugio, qui sotto. Abbiamo disegnato noi stessi questo progetto, stabilendo dove posizionare le camere, le sale operatorie, i locali per il personale. Lo abbiamo realizzato da soli”.

E per quanto riguarda la sicurezza, Marenkovski afferma: “Qui alcuni dicono che questa sia una ‘zona rossa’, pericolosa. Ma a Kherson non ci sono zone sicure. Tutte le strutture sanitarie sono state bombardate almeno tre, quattro, cinque volte. Chi lavora qui ha uno spirito positivo. Ma non c’è alcun luogo che può essere ritenuto sicuro. Le nostre auto vengono parcheggiate sotto dei teli mimetici. Gli altri colleghi ci chiedono come facciamo a lavorare qui. Tutti ci guardano come se fossimo dei pazzi. Ma il fatto è che se ce ne andiamo, poi qui non rimarrà più nessuno”.

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