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Accordo in UE sui rimpatri, sì agli hub nei Paesi terzi

L’intesa tra Parlamento e Consiglio punta ad accelerare le espulsioni. Ora il testo passa alla commissione Libertà civili e alla plenaria

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La misura è sostenuta da diversi governi, ma contestata da organizzazioni umanitarie e da parte del Parlamento per i possibili rischi sui diritti fondamentali.

La misura è sostenuta da diversi governi, ma contestata da organizzazioni umanitarie e da parte del Parlamento per i possibili rischi sui diritti fondamentali.

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Di: ATS/sdr 

Dopo mesi di rinvii, Parlamento europeo e Consiglio hanno raggiunto un accordo politico sul nuovo regolamento Ue sui rimpatri, uno dei tasselli più delicati della riforma migratoria europea. L’intesa, annunciata dalla presidenza cipriota del Consiglio, punta ad accelerare l’allontanamento dei cittadini di Paesi terzi che non hanno diritto di soggiorno nell’Unione e completa il quadro del nuovo Patto su migrazione e asilo.

Il compromesso introduce obblighi più stringenti per le persone destinatarie di una decisione di rimpatrio. I migranti senza titolo di soggiorno dovranno cooperare con le autorità nazionali, fornire le informazioni necessarie all’identificazione e rispettare l’obbligo di lasciare il territorio dell’Unione. Sono previste anche procedure rafforzate per i casi in cui una persona sia considerata una minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza.

Tra i punti più sensibili figura la possibilità di istituire “hub di rimpatrio” in Paesi terzi. Si tratta di centri destinati ad accogliere persone colpite da un ordine di espulsione, in attesa del trasferimento verso il Paese d’origine o verso un altro Stato terzo. La misura, sostenuta da diversi governi europei come strumento per rendere più efficaci le espulsioni, è contestata da organizzazioni umanitarie e da una parte del Parlamento, che temono rischi per i diritti fondamentali e per il principio di non respingimento.

Il testo prevede inoltre la creazione di un Ordine europeo di rimpatrio, pensato per facilitare il riconoscimento delle decisioni adottate da un altro Stato membro. In una prima fase, tuttavia, il riconoscimento reciproco resterà volontario. L’obiettivo politico è ridurre la frammentazione tra sistemi nazionali e impedire che una persona destinataria di un provvedimento di espulsione in un Paese dell’Ue possa sottrarsi alla procedura spostandosi in un altro Stato membro.

“Il nuovo regolamento accelererà il processo di rimpatrio e aumenterà il numero di rimpatri di persone che non hanno diritto di soggiorno nell’Ue”, ha dichiarato Nicholas A. Ioannides, vice ministro cipriota per la Migrazione e la Protezione internazionale, a nome della presidenza di turno del Consiglio. Secondo Ioannides, l’accordo “rafforza la credibilità della politica migratoria dell’Ue” e integra il Patto su migrazione e asilo “nel rispetto dei diritti umani”.

La riforma arriva in una fase in cui i governi europei chiedono da tempo strumenti più rapidi per eseguire le decisioni di espulsione. Secondo la Commissione europea, solo una parte minoritaria delle persone cui viene ordinato di lasciare l’Unione viene effettivamente rimpatriata. Da qui la spinta a creare procedure comuni, rafforzare la cooperazione tra Stati membri e negoziare accordi più efficaci con i Paesi d’origine e di transito. Il percorso legislativo non è però concluso. L’accordo raggiunto dai negoziatori dovrà ora essere approvato dalla commissione Libertà civili del Parlamento europeo e successivamente dalla plenaria. Il nuovo regolamento si annuncia come uno dei dossier più controversi della politica migratoria europea: per i suoi sostenitori è lo strumento necessario per rendere credibile il sistema comune di asilo. Per i critici, il rischio è che l’Unione privilegi la logica del deterrente e dell’esternalizzazione rispetto alle garanzie individuali.

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Notiziario 01.06.2026, 23:00

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Il caso riaccende il dibattito sul rimpatrio dei naturalizzati

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