Gli Stati Uniti, negli ultimi giorni, hanno fornito messaggi contraddittori riguardo alle ragioni della guerra scatenata contro l’Iran: riportare la democrazia nel Paese e annientare il programma nucleare e i missili balistici. Gli USA hanno messo sul tavolo a più riprese queste motivazioni, ma hanno iniziato a fare ordine nella loro comunicazione solo ora. Mario Del Pero, professore ed esperto di relazioni internazionali presso l’istituto Sciences Po di Parigi, ne ha parlato al Radiogiornale.
La comunicazione del presidente statunitense Donald Trump è risultata alquanto erratica in questo periodo, “da un lato perché le giustificazioni per l’intervento sono state diverse, non necessariamente coerenti, complementari tra loro”, spiega il professore. Poi c’è stato anche un certo grado di “opacità”, perché “non si è chiarito fino in fondo il motivo di questo intervento, gli obiettivi ultimi e come questi obiettivi condizioneranno gli strumenti utilizzati”. Anche la durata della campagna militare continua a tenere banco negli Stati Uniti: “Inizialmente doveva essere brevissima, oggi si prevede che durerà alcune settimane”, con l’impiego, forse, di truppe di terra, novità messa sul tavolo lunedì da Trump. L’obiettivo primario di questo intervento? “Indebolire strutturalmente l’Iran e impedire che questo costituisca in futuro un attore importante nello scacchiere mediorientale”, risponde Del Pero.
A cercare di mettere un po’ di ordine in questa situazione sono stati il segretario di Stato, Marco Rubio, e quello alla Difesa, Pete Hegseth, i quali hanno cercato di convincere la base Maga, contraria a guerre costose. Purtroppo, però, loro non hanno la capacità di tenere unita questa base politica, “quella persona continua a essere Donald Trump”, per ragioni dovute a ciò che lui simboleggia e rappresenta. La mitologia legata al presidente americano fa sì che i Maga siano disposti “a modificare, cambiando radicalmente le proprie posizioni, ad esempio rispetto all’uso dello strumento militare, se richiesto dal presidente”. La fedeltà verso Trump potrebbe incrinarsi “quando l’elettore americano vedrà o percepirà dei costi che ritiene non tollerabili, costi materiali”. Quindi, “quando ci sarà un numero più elevato di vittime statunitensi e quando questi costi dovessero manifestarsi, allora lì si potrebbe incrinare una fedeltà della base Maga verso Trump, che finora non è stata mai pienamente scalfita”.
Oltre all’indebolimento strutturale dell’Iran, il disegno statunitense è caratterizzato da un secondo aspetto: “l’estensione dell’influenza e dell’egemonia israeliana in Medio Oriente”. Questo “anche attraverso un ampliamento territoriale verso la Cisgiordania, la risoluzione della questione di Gaza - con l’espulsione presumiamo di centinaia di migliaia di palestinesi che vi risiedono - e un ruolo centrale per i Paesi del Golfo, Arabia Saudita su tutti, come finanziatori del debito statunitense, investitori in attività economiche magari legate alla stessa famiglia Trump”. Non è chiaro se si tratti di uno schema visionario o folle, “credo che possano essere entrambe le cose”, afferma il professore. “Alla luce dell’esperienza della storia recente”, conclude Del Pero, “penso che questi disegni così complessivi, così coerenti sulla carta, abbiano poche possibilità di realizzazione”.







