L’Iran, negli scorsi giorni, è stato decapitato ai suoi vertici, soprattutto con l’eliminazione della guida suprema Ali Khamenei. Cosa sta succedendo nel paese adesso? Cosa potrebbe succedere nel futuro prossimo? SEIDISERA ha intervistato a riguardo Sara Hejazi, antropologa di origine iraniana, ricercatrice alla fondazione Kessler di Trento.
Iran, un Paese difficile da decifrare
Fare una fotografia dell’Iran, attualmente, è difficile. “Negli anni si è cercato di schiacciare l’Iran in una maggioranza contraria o favorevole”, alla Repubblica islamica, spiega Hejazi. In questo contesto si può ritrovare un dato, quello delle classi sociali, in cui quelle “urbane hanno un maggior contatto con il mondo globale e sono totalmente contrarie alla Repubblica islamica”. Poi, semplificando molto, nelle zone rurali si può geolocalizzare uno “zoccolo duro” più tradizionalista, “che vedeva nella guida suprema una guida religiosa e non soltanto politica, simbolo della spiritualità sciita”.
L’Iran, storicamente, quando ha dovuto affrontare un attacco esterno, si è ricompattato verso certezze che generalmente non appoggia. Questo si è visto nella guerra tra Iran e Iraq del 1980, che “è servita anche a sancire un’islamizzazione forzata della rivoluzione”, contestualizza l’antropologa. Nella rivoluzione del 1978-79 si sono manifestate nel paese molte voci, che hanno reso l’evento pluralista. La Repubblica è perciò diventata islamica designando “un nemico comune esterno”, perciò il conflitto con l’Iraq è stato “un’occasione per silenziare le voci del pluralismo, anche quelle democratiche”. Così si ricompatta una nazione, mettendo “le battaglie della società civile al secondo posto”, per “sopravvivere e cercare di restare in piedi”.
La democratizzazione richiede “pace sociale, geografica ed economica”
Questo attacco potrebbe quindi soffocare la voglia di libertà manifestata dagli iraniani negli ultimi anni? “Affinché un popolo possa conquistare le libertà civili”, deve trovarsi “in una condizione di pace sociale, geografica ed economica”. La situazione che si è venuta a creare in Iran, con la crisi economica che ha dato il via alle proteste e l’attacco di USA e Israele, “non favorirà la democratizzazione del Paese”. In Iran si potrebbe quindi verificare una continuità di regime o “una svolta ancora più conservatrice o addirittura più repressiva”, conclude Sara Hejazi, ricordando che questo “è quello che succede normalmente, se guardiamo i dati storici, in condizioni di guerra”, le quali “non hanno mai favorito la democratizzazione della società”.












