“Gli ingegneri possono comprare le case, ma non la vita e le storie delle persone. Io vivo qui da 40 anni e qui ci rimarrò per sempre”. È alta non più di un metro e sessanta, in testa un cespuglio scarmigliato di capelli grigi, la voce di chi non cessa nemmeno per un istante di stare sul fronte di battaglia. Maria non ne vuole sapere di vendere la sua casa, in una piccola e polverosa contrada di Rio de Janeiro, al confine tra i quartieri di Jacarepagua e Tijuca. Non vuole, anche a costo di rimanere l’ultima residente superstite.
“Tanto io sola non sarò mai, perché ho il Signore che è sempre con me” ti dice, mentre con la mano ti mostra i tanti budelli colorati delle vecchie abitazioni, rimaste sul campo dopo il passaggio delle ruspe. Poco in più là, dietro alte mura di protezioni, il contesto rende chiara la situazione. Ormai manca un niente all’inizio dei Mondiali di calcio, ma qui si è già proiettati al dopo, perché il grande cantiere in lavorazione che sorge lì a fianco è quello da cui vedrà la luce il futuro Parco Olimpico per i Giochi del 2016.
A Rio de Janeiro, insomma, la continuità nel calendario dei mega-eventi sportivi non può che trasformarsi nella continuità di una speculazione immobiliare sempre più feroce. Del resto, l’onda lunga dell’inflazione ha triplicato gli affitti quasi ovunque nel giro di un triennio. E ora, a finire nel radar dei grandi interessi, è proprio il Bairro Tijuca che farà la piattaforma a tutta la cittadella olimpica. In vista delle nuove costruzioni sono già in atto i vecchi metodi per far loro spazio. Soprattutto se si tiene in considerazione che il quartiere già da tempo è meta prediletta per i neo-ricchi carioca, ma attorno, qua e là, rimangono incistate piccole comunità composte da povere casupole, una incollata all’altra.
“Non sono favelas, però” ci tiene a sottolineare Maria, la paladina “resistente” che ci racconta la maniera poco ortodossa con cui tanti suoi vicini di casa hanno subito la pressione della prefettura e hanno accettato di andare via. “Quelli lì del comune arrivano e ti propongono uno scambio: tu vendi loro la casa e loro te ne procurano una più grande del doppio da un’altra parte”.
Una lusinga che però nasconde agli occhi degli sprovveduti gli spigoli più spietati di un mercato immobiliare ormai sprovvisto di protezioni. Primo: l’acquisto al metro quadro avviene a un prezzo che è circa un terzo rispetto al valore reale. Ma soprattutto, il nuovo appartamento non rimane più di proprietà come la vecchia abitazione, ma risponde a criteri ipotecari per cui la gente si trova nel giro di poco tempo a dover far debiti per poter restarci dentro. “Alcuni si sono addirittura visti recapitare dalla banca pubblica richieste da 80.000 reais (oltre 32 mila franchi svizzeri) e uno come fa a pagare tutti quei soldi?”. E così, dice lei, adesso fa ancor più desolazione vedere questi pezzi del mio rione sventrati, sapendo che la gente che ha accettato il patto col diavolo ora si trova molto più disperata di quanto non lo fosse prima. Una disperazione, già vista in Brasile per gli sfratti causati dalla costruzione degli stadi dei Mondiali e che qui sembra inaugurare un suo remake, proprio mentre l’altra scadenza sportiva pare ormai arrivata a termine.
Lorenzo Buccella






