Tra rivalità accentuate, personalizzazione della politica e demonizzazione dell’avversario, la diplomazia internazionale è sempre più in difficoltà e le regole che per decenni ne hanno garantito gli equilibri stanno venendo meno. SEIDISERA ne ha parlato con Marco Carnelos, ex ambasciatore italiano in Iraq ed ex inviato speciale per la Siria e per il processo di pace israelo-palestinese.
Secondo Carnelos, le differenze tra la diplomazia di cui lui è stato attore diretto e quella di oggi sono marcate. “All’epoca c’era un presidente americano che diceva, anticipava le cose e le diceva come le doveva dire; c’era tutto un processo preparatorio. Oggi questo non esiste più. Abbiamo un presidente degli Stati Uniti che dice tutto e il contrario di tutto nel giro di 72 ore”. Diventa quindi difficile pianificare una politica estera, quando la più importante potenza mondiale è così imprevedibile, spiega Carnelos.
Ma come si è arrivati a questa situazione? Per l’ex ambasciatore, il problema nasce dalla crescente personalizzazione delle leadership politiche e dall’indebolimento stesso della diplomazia tradizionale. Carnelos arriva persino a chiedersi “se ci sia ancora una diplomazia”, sostenendo che l’irrazionalità dei leader politici finisca per disorientare anche chi lavora con le migliori intenzioni. Una trasformazione che, a suo giudizio, rappresenta “un segnale della decadenza dell’Occidente”.
Un accordo che si trasformò in un incubo
Ripensando ai momenti più importanti della sua esperienza diplomatica, Carnelos richiama l’accordo raggiunto nel 2008 tra Italia e Libia sotto il Governo Berlusconi. L’intesa prevedeva un risarcimento miliardario da parte italiana per il passato coloniale in Libia, ma comprendeva anche aspetti strategici legati all’energia e alla gestione dei flussi migratori.
Secondo Carnelos, quell’accordo rappresentò un approccio innovativo rispetto a quello adottato da altre potenze coloniali europee nei confronti dell’Africa. “Preparare l’accordo fu agevole”, racconta, mentre la fase successiva “fu un incubo”.
L’ex ambasciatore ritiene inoltre che proprio quell’intesa segnò “l’inizio della fine di Berlusconi”, anche per le tensioni generate nei rapporti con altri partner europei.







