Intervista

La crisi della diplomazia statunitense

Dal flop dei negoziati con l’Iran allo smantellamento del Dipartimento di Stato: parla l’ex ambasciatore in Libano, Jeffrey Feltman

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Che fine ha fatto la diplomazia USA?

Telegiornale 25.04.2026, 20:00

Di: Massimiliano Herber, corrispondente RSI da Washington

Il nuovo fallimento dei tentativi di riaprire negoziati con l’Iran conferma, ancora una volta, i limiti della diplomazia sui generis della presidenza americana. Donald Trump ha rotto gli schemi della politica estera, disorientando alleati e interlocutori. Basta guardare i volti messi in campo nei dossier più sensibili: JD Vance a Islamabad nel primo colloquio (fallito) con emissari di Teheran; Steve Witkoff e Jared Kushner con Vladimir Putin; lo stesso immobiliarista newyorkese con Volodymyr Zelensky. E Marco Rubio, spesso relegato all’emisfero occidentale.

Chi ha prestato servizio nel corpo diplomatico dai tempi di Ronald Reagan, come Jeffrey Feltman, ex ambasciatore in Libano (sotto George W. Bush e Joe Biden), ammette un certo sconcerto. “Non c’è più c’è un vero e proprio processo decisionale, spiega Feltman al Telegiornale. Ci sono i capricci del Presidente, i suoi istinti, e non sempre ci sono le competenze necessarie, tantomeno per dare seguito alle decisioni.”

Jeffrey Feltman, già ambasciatore statunitense in Libano nel 2004-2008 e fra il 2021 e il 2022

Jeffrey Feltman, già ambasciatore statunitense in Libano nel 2004-2008 e fra il 2021 e il 2022

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Molti media hanno illustrato il declino del Dipartimento di Stato. 3’800 dipendenti in meno dal 2025. La sede di Foggy Bottom è spesso semideserta. Nella divisione che si occupa di Medio Oriente, 80 sedie sono rimaste vuote. “Il Dipartimento di Stato è stato reso irrilevante, ammette amaro Feltman. La sua competenza è stata screditata. La Casa Bianca è ostile alla competenza. Nessuna fiducia e regna un clima di paura e paranoia”. La politica estera è condotta direttamente dalla Casa Bianca. “Purtroppo Marco Rubio sembra voler agire come amico di Trump, anziché come consigliere del presidente in materia di politica estera, pur con tutta la sua esperienza.” E a preoccupare è anche quello che non si decide nello Studio Ovale.Il Cairo, Riyadh, Abu Dhabi, Doha, Kuwait…, elenca Feltman; in queste ambasciate non vi sono ambasciatori statunitensi confermati. Si tratta di un ulteriore esempio di disprezzo, di mancanza di comprensione di ciò che i diplomatici fanno a tutela degli interessi del proprio Paese.

Un dettaglio dell’ingresso della sede del Dipartimento di Stato a Washington

Un dettaglio dell’ingresso della sede del Dipartimento di Stato a Washington

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Vi è, secondo il 67enne ex ambasciatore, oggi tra gli analisti del Brookings Institute, una disistima da parte di Trump nei confronti della competenza, bollata come “deep state” e ritenuta non in linea con la presidenza. Un esempio? “Trump aveva tutto il diritto di abrogare l’accordo con l’Iran del 2015, rileva Feltman, ma avrebbe potuto comunque avvalersi di quegli esperti che allora negoziarono per due anni (dopo mesi e mesi di preparativi) per arrivare a un’intesa: avrebbe a disposizione gli strumenti giusti, se si affidasse agli esperti che conoscono il dossier nucleare e che conoscono l’Iran. Ma non è quello che ha scelto di fare”.

L’ex diplomatico non nasconde dubbi e timori su una via d’uscita dal conflitto in Iran. “Temo che questa amministrazione non abbia la pazienza o la capacità di concentrazione necessarie per il tipo di negoziati che potrebbero portare a un cambiamento definitivo delle pessime relazioni tra Teheran e Washington”. Trump ha esteso il cessate il fuoco senza alcun ultimatum: trovare un accordo pare la sua priorità. “Trump vuole porre fine al conflitto, ma gli iraniani lo sanno bene. Questo dà loro un vantaggio. Inoltre, gli iraniani sono bravissimi a guadagnare tempo. E non hanno elezioni di medio termine…

Il Segretario di Stato USA con le delegazioni di Israele e Libano

Il Segretario di Stato USA con le delegazioni di Israele e Libano

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La diplomazia fuori dagli schemi trumpiana ha ottenuto dei risultati a volte inattesi. Come la normalizzazione delle relazioni con il regime siriano e l’avvio dei negoziati di pace tra Israele e Libano. “A volte rompere gli schemi diplomatici e le rigidità burocratiche può rappresentare un vantaggio, ammette l’ex ambasciatore. Non butto via tutto ma la maggior parte”. Ma chi, a due riprese ha rappresentato Washington a Beirut, cosa pensa della storica volontà di avviare un processo di pace tra Libano e Israele? - “Sia il governo libanese, sia quello israeliano vogliono porre fine all’egemonia iraniana in Libano e neutralizzare Hezbollah come minaccia armata: qui gli interessi coincidono. Ma per Netanyahu l’obiettivo finale è sostituire l’influenza di Teheran con la propria. E resta da capire se riuscirà a convincere Donald Trump…”

Ma al di là del successo dei negoziati e delle strategie presenti, a essere a rischio per Jeffrey Feltman è la credibilità futura degli Stati Uniti nel mondo. “L’attuale amministrazione, chiosa, sta smantellando il sistema di alleanze e i livelli di influenza costruiti in oltre ottant’anni: uno dei principali punti di forza degli Stati Uniti. Questi garantivano stabilità globale, allargavano la governance democratica, espandevano il libero scambio. Oggi quell’architettura viene erosa, e con essa i vantaggi che assicurava a Washington”.

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