Una delle prime decisioni di Donald Trump al suo ritorno alla Casa Bianca nel gennaio 2025 è stata di tagliare i finanziamenti all’aiuto internazionale. Il disimpegno degli Stati Uniti ha aperto una voragine da diverse decine di miliardi di dollari.
Un anno dopo, l’azione umanitaria globale è in grande difficoltà, afferma Pierre Micheletti, amministratore di SOS Méditerranée ed ex presidente di Médecins du Monde e di Action contre la faim ai microfoni di RTS. “Fino alla fine del 2024 gli Stati Uniti rappresentavano oltre il 40% dell’intero budget umanitario mondiale” ricorda il medico francese. Dei 40 miliardi di dollari mobilitati ogni anno per l’aiuto umanitario, prosegue, 34 provengono dai governi. Il ritiro americano lascia quindi scoperte sia le popolazioni più vulnerabili sia le tre grandi famiglie di attori del settore: il sistema delle Nazioni Unite (60% dei fondi), le ONG (20%) e il movimento della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa (10%).
Questa dipendenza eccessiva era tuttavia già nota. Già nel 2020, Micheletti metteva in guardia sulla fragilità di un sistema fondato su “un club ristretto di una ventina di Paesi, essenzialmente occidentali o vicini all’OCSE”. Ma nessuno immaginava un simile terremoto nel settore.
L’intervista completa a Pierre Micheletti (La Matinale, RTS, 06.05.2026)
Un sistema minato da una compassione selettiva
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha giustificato la cancellazione dei programmi in nome “degli interessi nazionali fondamentali degli Stati Uniti”. Una franchezza che mette a nudo una realtà spesso nascosta: la “compassione a geometria variabile” dei Paesi donatori.
“Nessuno è del tutto ingenuo sugli interessi internazionali che spingono una grande potenza a privilegiare alcune crisi rispetto ad altre” spiega Micheletti, anche se “questo meccanismo viene in parte attenuato dal mandato e dal quadro etico degli attori umanitari”.
Se, dal lato dei donatori individuali, “la compassione è alimentata da prossimità culturali, storiche e geografiche”, dal lato degli Stati essa “risponde a logiche più politiche, economiche e di sicurezza”. L’aiuto umanitario diventa così uno strumento di soft power, una leva di influenza geostrategica mascherata da altruismo.
Quattro tentazioni che minano il sistema
Micheletti individua quattro derive che minano il sistema: la tentazione neoliberale (profitto, performance, ritorno sull’investimento), la tentazione occidentalocentrica (si aiuta soprattutto ciò che è vicino), la tentazione securitaria (l’aiuto come strumento per aumentare la sicurezza dei Paesi donatori) e la tentazione del ripiegamento (rientrare sulle proprie priorità e sui propri interessi).
L’Ucraina ne è un esempio emblematico: fortemente sostenuta dagli europei – l’UE ha recentemente sbloccato 90 miliardi di euro – beneficia, anche per ragioni di sicurezza e di prossimità geografica, di un aiuto massiccio, mentre altri Paesi o altre crisi sembrano passare in secondo piano. Negli Stati Uniti, l’assistenza all’Ucraina rientra invece in una logica più contrattuale, vicina a un modello di tipo aziendale.
Una soluzione “a portata di mano”
Per quanto riguarda la questione delle risorse, la soluzione è “a portata di mano”, sostiene Micheletti. Se i 90 Paesi classificati dalla Banca mondiale come ad alto reddito o a reddito medio-alto contribuissero con lo 0,06% del loro reddito nazionale lordo, spiega, il budget globale di 40 miliardi di dollari verrebbe ricostituito. “Ricordo che l’anno scorso la spesa mondiale per gli armamenti ha raggiunto i 1’700 miliardi di dollari. E ci viene detto che è impossibile trovare 40 miliardi per l’aiuto umanitario: è allucinante” denuncia.
Micheletti invita inoltre a coinvolgere le potenze emergenti (Cina, Brasile, India, Russia, Sudafrica), accompagnando questo passo con una riforma della governance del sistema. “Bisogna distinguere l’aumento delle risorse dalla regolazione dell’assegnazione dei fondi” sottolinea. Una regolazione che deve ormai rispondere “non più a logiche bipolari, ma multipolari”.











