Il governo francese ha presentato giovedì 5 febbraio 2026 un piano nazionale contro l’infertilità che, nelle intenzioni del ministero della Salute, dovrebbe migliorare prevenzione, informazione e percorsi di cura. A catalizzare l’attenzione, tuttavia, è soprattutto una misura di comunicazione: l’invio, “a partire dalla fine dell’estate”, di una lettera - o messaggio - a tutti i cittadini che compiono 29 anni, donne e uomini, con indicazioni sulla salute sessuale e su quella riproduttiva.
Secondo quanto riportato da media francesi, il testo dovrebbe presentarsi come strumento di informazione sanitaria: spiegare come la fertilità cambi con l’età, richiamare l’importanza della prevenzione e illustrare le opzioni disponibili, inclusa la preservazione degli ovociti. È però proprio la dimensione simbolica – lo Stato che scrive direttamente a un’età precisa – ad aver innescato la polemica: per i critici il confine tra prevenzione e “pressione” sulle scelte riproduttive può diventare sottile, soprattutto in un clima in cui la natalità è tornata tema politico di primo piano. Il ministero stima che i problemi di fertilità riguardino circa 3,3 milioni di persone nel Paese, dato utilizzato per motivare l’urgenza di una strategia più strutturata.
I numeri dell’INSEE sul calo delle nascite
A rendere la misura politicamente sensibile è il quadro demografico. L’INSEE - l’Istituto nazionale francese di statistica e studi economici che produce i principali indicatori ufficiali su popolazione, economia e società, ed è la fonte di riferimento per il monitoraggio della demografia - nel suo bilancio demografico per il 2025 stima che in Francia siano nati 645’000 bambini, -2,1% rispetto al 2024 e -24% rispetto al 2010 (ultimo picco). L’indicatore congiunturale di fecondità scende a 1,56 figli per donna, il livello più basso dalla fine della Prima guerra mondiale. Un altro dato ha colpito l’opinione pubblica: nel 2025 i decessi (circa 651’000) superano le nascite (645’000), determinando un saldo naturale negativo (stimato in circa -6’000).
Dal piano sanitario al tema politico
Per il quotidiano Le Monde, la discussione francese tende però a restare concentrata sulla natalità, mentre fatica ad affrontare leve più controverse (pensioni, invecchiamento, immigrazione) che incidono sulla sostenibilità del modello sociale. In un’analisi pubblicata l’11 febbraio, Le Monde descrive un sistema politico che, di fronte all’invecchiamento e al calo delle nascite, oscilla tra retorica d’allarme e misure considerate parziali, anche per vincoli di bilancio e stalli parlamentari. In questo scenario, la “lettera ai 29enni” diventa più di un semplice atto informativo: è letta da una parte come prevenzione, dall’altra come segnale che la scelta – intima per definizione – di avere figli o meno è ormai entrata stabilmente nell’arena politica, in un Paese che si interroga sul proprio futuro demografico ed economico.
Sotto analisi il “caso svizzero”
La denatalità continua a essere un tema di attualità anche in Svizzera. Nel 2024, va ricordato, si è toccato il minimo storico di figli per donna e l’età del primo figlio si colloca ormai attorno ai 31 anni. Numeri che alimentano una domanda inevitabile, già esplosa anche altrove in Europa: fino a dove può spingersi lo Stato nel tentativo di invertire la tendenza, senza entrare in un terreno che resta tra i più privati in assoluto?
Nelle società occidentali, “famiglia” fa sempre più rima con stabilità, ma per molte persone questa condizione arriva tardi: dopo un diploma, dopo un contratto di lavoro fisso, dopo aver trovato un partner. Spesso dopo i 35 anni. Ma non è solo una questione economica e di tappe “classiche”. C’è un terzo elemento, definito “fondamentale”, che interviene prima ancora delle valutazioni pratiche: l’individualizzazione. Lo spiega il sociologo Jörg Rössel, dell’Università di Zurigo quando dice che prima di mettere su famiglia molte persone vogliono realizzarsi sul piano professionale e personale. Vogliono viaggiare, vogliono aver vissuto determinate esperienze. Non si deve sottovalutare il fatto, aggiunge, che la società stia subendo un cambiamento di valori. Avere un figlio, dice, sta perdendo d’importanza. Ed è difficile invertire la tendenza.
Il “quando” incontra la biologia
Per chi desidera un figlio, resta però la questione del quando. E qui la scelta personale può scontrarsi con la biologia. È un punto che emerge con chiarezza nelle esperienze seguite da Monica Trabalza, counselor specializzata in procreazione medicalmente assistita, che accompagna persone e coppie nelle fasi emotivamente più complesse dei percorsi legati alla fertilità. Intervistata dalla RSI,
Trabalza osserva che un fenomeno è in crescita: la fecondazione eterologa, in particolare l’ovodonazione. “Ci sono sempre più donne che devono ricorrere alla ovodonazione”, spiega. E individua anche una ragione culturale e informativa: per anni, sottolinea, non c’è stata sufficiente sensibilizzazione sul congelamento degli ovuli. “Lavoro anche con diverse persone, anche medici o quant’altro, dove dicono: “Perché questa cosa non c’è stata detta prima”… quindi fa capire quanta poca informazione c’è ancora oggi”.
Non solo: sempre più giovani si informano sul congelamento degli ovociti e, riferisce Trabalza, c’è chi inizia a pensarci già attorno ai 25 anni. Ma la decisione non è mai neutra dal punto di vista psicologico. “Si rivolgono a me, riferisce ancora, più che altro per accompagnarle verso questo percorso a livello proprio emotivo… quindi la paura: che cosa sarà delle punture, andrà bene, non andrà bene”. Anche perché, ricorda, “non è garantito” che il procedimento porti a un risultato, si possono congelare ovuli che poi non avranno qualità sufficiente o non condurranno al successo desiderato. Per questo il percorso, spesso, parte da domande, timori e preoccupazioni che vengono affrontati nel counseling. In Svizzera, il congelamento degli ovociti è inoltre condizionato da alcune regole e barriere pratiche. Gli ovuli possono essere conservati per un massimo di 10 anni. Per utilizzarli, è richiesto di essere in coppia e c’è il nodo economico: il costo parte da circa 5’000 franchi e, se la procedura non rientra in motivazioni mediche, non è rimborsata dalla cassa malati.
Quanto può intervenire lo Stato?
E si torna così alla domanda iniziale: quanto lo Stato può o deve interferire? Per Jörg Rössel la questione è inevitabilmente politica. Da sociologo, dice, ci si può interrogare su cosa si possa fare per invertire la tendenza, ma la sua valutazione è netta: non si può fare molto. Alcune misure possono avere effetti – cita, ad esempio, gli investimenti nella cura dei bambini – ma non rappresentano una soluzione definitiva. Il punto, secondo Rössel, è che la denatalità apre un interrogativo collettivo: che cosa significa vivere in una società con pochi figli, e come cambierà la società? “Questo è l’oggi”, sembra essere il senso della sua riflessione e la decisione di avere figli o meno resta individuale, ma tra 30, 40, 50 anni potrebbe diventare un problema collettivo.

Procreazione medicalmente assistita
Millevoci 17.12.2025, 10:05
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La crisi della fertilità a Memory
Il Quotidiano 01.11.2024, 19:00












