In Giappone esplode la voglia di nucleare. Non solo sul fronte civile, a conferma di una tendenza avviata già negli ultimi anni, ma anche sul fronte militare, con l’inedita ipotesi di superamento dello storico tabù che ha reso, negli ultimi 80 anni, il Giappone un pilastro della non proliferazione.
Dal trauma di Fukushima al rilancio del nucleare civile
Partiamo dal civile. Il via libera al riavvio della centrale nucleare di Kashiwazaki-Kariwa, nella prefettura di Niigata, segna un passaggio cruciale per il Giappone e chiude simbolicamente una lunga fase apertasi con il disastro di Fukushima del marzo 2011. A quasi 15 anni dalla fusione dei noccioli della centrale di Fukushima Daiichi, colpita dal catastrofico terremoto e tsunami del Tohoku, Tokyo torna a scommettere apertamente sul nucleare civile come pilastro della propria strategia energetica. Non si tratta di una riapertura qualsiasi: Kashiwazaki-Kariwa è la più grande centrale nucleare del mondo per capacità installata, un complesso mastodontico di sette reattori che si estende su circa 400 ettari lungo la costa del Mar del Giappone.
L’approvazione della prefettura di Niigata consente alla Tokyo Electric Power Company (Tepco) di riavviare per la prima volta un proprio reattore nucleare dopo il disastro del 2011. Allora, il Giappone spense progressivamente tutti i suoi 54 reattori nucleari, sotto la pressione di un’opinione pubblica traumatizzata. Il nucleare, che prima del 2011 copriva circa un terzo della produzione elettrica nazionale, sembrava destinato a un inesorabile declino.
Negli anni successivi, si è compensata la chiusura degli impianti atomici con un massiccio ricorso ai combustibili fossili importati, soprattutto gas naturale liquefatto, carbone e petrolio. Una soluzione costosa, ambientalmente problematica e strategicamente rischiosa per un Paese povero di risorse naturali. Già negli anni scorsi, il governo è tornato a guardare al nucleare e ha riavviato alcuni reattori. Obiettivo: ridurre il peso dei combustibili fossili sul fabbisogno elettrico, portandolo dal 70 al 30-40% entro il 2040. Un modo anche per tutelarsi di fronte ai timori di carenza di energia, moltiplicati dopo la guerra in Ucraina, vista la dipendenza di Tokyo dalle importazioni di gas dalla Russia.
L’aumento della domanda di elettricità, trainata dall’espansione dei data center e dall’intelligenza artificiale, rende ancora più urgente la disponibilità di grandi quantità di energia stabile e continua. Non a caso, Tepco sta valutando lo sviluppo di data center e impianti di produzione di idrogeno nelle aree adiacenti alla centrale. Kashiwazaki-Kariwa potrebbe così diventare non solo un impianto di produzione elettrica, ma il fulcro di un nuovo polo industriale e tecnologico.
La svolta politica e il fronte militare
Il reattore numero 6 dovrebbe tornare in funzione intorno al 20 gennaio, inaugurando una nuova fase per una società che resta profondamente segnata, sul piano finanziario e reputazionale, dall’incidente di Fukushima. Proprio questo elemento conferisce alla decisione un valore fortemente simbolico: il ritorno al nucleare passa ora attraverso la riabilitazione dell’operatore suo malgrado protagonista di quanto accaduto nel 2011.
La nuova premier Sanae Takaichi, entrata in carica lo scorso 21 ottobre, ha dato un forte impulso al processo di rinuclearizzazione. Un processo che ha trovato un’inedita corrispondenza sul fronte della sicurezza. Da giorni, in Giappone si parla moltissimo delle dichiarazioni riportate dai media e attribuite a un alto funzionario dell’ufficio della premier, responsabile della sicurezza nazionale. Secondo il funzionario, il Giappone avrebbe bisogno di dotarsi di armi nucleari per far fronte alle minacce esterne, a partire dalla crescente assertività della Cina e dall’alleanza tra la Russia e la Corea del Nord ormai pienamente nuclearizzata.
Già negli scorsi mesi, l’idea era stata caldeggiata dal partito ultra sovranista Sanseito e da altre forze di estrema destra. Ma è la prima volta che l’ipotesi entra nel dibattito pubblico attraverso le parole di un componente di alto livello della macchina governativa, seppur rimasto anonimo. Il capo segretario di gabinetto, Minoru Kuhara, ha dichiarato che il governo continuerà a rispettare il principio di non possedere armi nucleari. Ma il ministro della Difesa, Shinjiro Koizumi, non ha escluso futuri cambiamenti, sostenendo che per mantenere la pace è naturale procedere senza escludere alcuna opzione.
Il tutto accade mentre il governo si appresta a un’anticipata revisione dei documenti sulla strategia di sicurezza nazionale e, potenzialmente, dei Tre Principi Non Nucleari (non possedere, non produrre e non consentire l’ingresso di armi atomiche sul territorio nazionale). La premier nazionalista Takaichi è un’aperta sostenitrice del processo di riarmo, peraltro avviato già dai suoi predecessori moderati. Nei prossimi anni si prevede un aumento esponenziale delle spese militari, sostenuto anche da nuove tasse, e un potenziale aggiornamento della costituzione pacifista imposta dagli Stati Uniti alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Opinione pubblica, memoria e identità nazionale
I sondaggi mostrano che la maggioranza dell’opinione pubblica è contraria all’ipotesi di sviluppo di armi nucleari autoctone, a cui si oppongono con forza anche i sopravvissuti delle atomiche di Hiroshima e Nagasaki, che solo pochi mesi fa hanno celebrato l’ottantesimo anniversario delle bombe. Il dibattito mediatico rischia comunque di aumentare le tensioni già esistenti con la Cina, che ha colto l’occasione per rafforzare la sua posizione ostile a Takaichi e si è detta “scioccata“ degli sviluppi interni al vicino, che accusa di “revisionismo storico”.
Secondo molti esperti, il Giappone è dotato di conoscenze e tecnologie che lo renderebbero in grado di costruire un arsenale nucleare molto rapidamente, ma è tutt’altro che scontato che ciò possa davvero avvenire, anche nel medio termine. Ma solo il fatto che se ne parli è significativo. Il Giappone è l’unico Stato al mondo ad aver subito attacchi nucleari in tempo di guerra. Hiroshima e Nagasaki non sono solo luoghi della memoria, ma pilastri morali su cui si è costruita la postura internazionale del Paese dal 1945 in poi. In un Paese che fonda una parte essenziale della propria postura postbellica sul rifiuto delle armi nucleari, la rottura, anche solo ipotetica, del tabù assume un valore che può incidere sulla sua stessa identità.







