Le barche umanitarie della Global Sumud Flotilla, partite a metà aprile 2026 dai porti di Barcellona (Spagna) e di Augusta, in Sicilia, e provenienti dalle isole greche di Creta e di Siro, sono arrivate a Marmaris, città della Turchia sudoccidentale, nella notte di sabato 9 maggio.
Si sono unite alla delegazione turca, che qui le ospita, anche per decidere le rotte e le strategie da adottare dopo l’abbordaggio da parte della marina israeliana, avvenuto in acque internazionali tra il 29 e il 30 aprile.
La mattina del 12 maggio si è riunito alla missione l’attivista palestinese (con cittadinanza anche spagnola e svedese) Saif Abu Keshek, membro insieme al brasiliano Thiago Ávila del comitato direttivo della Flotilla. I due erano stati tratti in arresto dopo l’abbordaggio e trattenuti in carcere da Israele per undici giorni prima di essere rilasciati il 10 maggio senza accuse.
Sono venuto a Marmaris per parlare con gli attivisti della missione, capire chi siano e conoscerne le motivazioni.
Ho parlato con Anne Rochat, artista performativa svizzera, che, dopo avere preso parte anche alla missione del settembre 2025, mi racconta di non riuscire più a vivere come prima, dentro quella che chiama una “bolla di privilegio” distante dalla sua ormai primaria necessità di fare qualcosa di concreto per interrompere l’ingiustizia e la violenza contro il popolo palestinese ma, allo stesso tempo, dare un senso più profondo alla propria umanità.
Ho anche parlato con Caoimhe Butterly, psicoterapeuta irlandese con anni di esperienza in luoghi di conflitto; lei stessa ferita ad una gamba dal fuoco di un soldato israeliano mentre cercava, a Jenin nel 2002, di proteggere un gruppo di bambini palestinesi.
E, ancora, con l’attivista maiorchino Ángel Benítez, capitano in seconda della barca intercettata da Israele, e con Saif Abu Keshek appena riunitosi al gruppo dopo l’arresto e il successivo rilascio.
Da questi colloqui emerge la consapevolezza, chiara e diffusa, da parte loro che, ancora una volta, sarà loro impedito di forzare il blocco navale israeliano di fronte alle acque di Gaza (imposto formalmente a partire dal 2009) e che, conseguentemente, non riusciranno a consegnare al popolo palestinese gli aiuti umanitari che portano con sé; ma il loro obiettivo primario è quello di continuare a navigare per contribuire a mantenere le luci del mondo (dei governi e dell’opinione pubblica globale) puntate sulla Palestina.
Gli attivisti della Global Sumud Flotilla
fotografie di Italo Rondinella
La posizione di Israele e le reazioni della comunità internazionale
(Dalla redazione RSI Info) Per il Governo israeliano, l’intercettazione delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla è stata un’operazione legittima. In una nota diffusa al momento dell’abbordaggio, il Ministero degli Esteri ha giustificato l’azione con “l’elevato numero di imbarcazioni partecipanti, il rischio di escalation e la necessità di impedire la violazione di un blocco legittimo”, motivando l’intervento anticipato in acque internazionali, a circa 900 chilometri dalle coste israeliane. Il blocco navale su Gaza viene presentato come misura di sicurezza per impedire il rifornimento di armi a Hamas, e secondo il ministro degli Esteri Israel Katz la missione violava inoltre la risoluzione ONU 2803, che impone il transito degli aiuti attraverso i canali ufficiali. Sul piano politico, Israele ha più volte descritto la Flotilla come una “provocazione” promossa da Hamas per sabotare la seconda fase del piano di pace per Gaza del presidente statunitense Donald Trump, mentre l’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon ha parlato di “agitatori in cerca di attenzione“. Per la maggior parte degli attivisti fermati è stato disposto, d’intesa con Atene, lo sbarco in Grecia. Le autorità israeliane hanno respinto le accuse di maltrattamenti, comprese quelle relative a violenze fisiche e sessuali riferite dagli attivisti rilasciati e raccolte in un comunicato della Flotilla diffuso l’8 maggio, senza tuttavia fornire una replica dettagliata sui singoli episodi denunciati.
Sul fronte opposto, esperti indipendenti delle Nazioni Unite, in un comunicato diffuso dall’Alto commissariato per i diritti umani, hanno definito l’intercettazione illegale ai sensi del diritto internazionale e chiesto il rilascio degli attivisti, denunciando segnalazioni di “gravi maltrattamenti” durante la detenzione di Saif Abu Keshek e Thiago Ávila. Il ministero degli Esteri turco ha qualificato l’operazione come “atto di pirateria“ e violazione del diritto internazionale; analoga la posizione della Spagna sulla violazione del diritto internazionale. Italia e Germania, in una nota congiunta diffusa dalla Farnesina, hanno espresso “forte preoccupazione” chiedendo “il pieno rispetto del diritto internazionale”. Per la Commissione europea, il portavoce per gli affari esteri Anouar El Anouni ha ribadito che, pur scoraggiando questo tipo di iniziative per via dei rischi per la sicurezza, la libertà di navigazione in acque internazionali deve essere rispettata, invitando Israele al rispetto del diritto internazionale e marittimo durante le operazioni di intercettazione.

Radiogiornale delle 12.30 del 06.05.26 - il servizio di Michele Giorgio sul fermo degli attivisti della Flotilla
RSI Info 06.05.2026, 15:25
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Israele ferma la flotilla, proteste
Telegiornale 01.05.2026, 20:00











