Mare, ghiaccio, caccia alle foche e ai narvali. Sono questi gli elementi che definiscono la vita degli abitanti di Qaanaq, il villaggio più a nord della Groenlandia, popolato da circa 600 persone.
Il fotografo Markus Bühler si reca regolarmente nel nord del Paese dagli anni ’90. Nel suo ultimo viaggio, avvenuto qualche mese fa, ha osservato come anche i più giovani stiano riscoprendo la caccia, affiancati dai loro padri. “In quelle zone la vita è molto dura dal punto di vista della natura. Ma se si accetta la natura per quello che è, smette di essere una minaccia. Rappresenta la vita libera”, racconta ai microfoni del Telegiornale in occasione della sua esposizione al Museo dei nativi del Nordamerica (NOMAM) di Zurigo.
Il mutamento climatico, però, sta lasciando segni sempre più evidenti. Per gli inuit è diventato difficile leggere il ghiaccio sul mare, valutare il suo spessore, capire se rischia di rompersi. Il pericolo è che i cacciatori vadano alla deriva. “C’è stato un giorno drammatico, a metà maggio: il ghiaccio si è rotto davanti a Qaanaq. Di solito capita più tardi, a metà luglio”, prosegue Bühler. Una difficoltà con cui gli inuit sono confrontati sempre più spesso.
A tutto questo si aggiunge un’altra inquietudine: l’interesse del presidente statunitense Donald Trump per la Groenlandia. “Non è tanto la preoccupazione, quanto la rabbia. Li ho sentiti ieri: parlano di Trump per due minuti, poi il discorso ritorna sul clima, perché lo stato del ghiaccio in gennaio è davvero critico. È un pensiero costante”, afferma il fotografo.
Ad ogni modo, Markus Bühler non nasconde la sua preoccupazione nei confronti della popolazione degli Inuit. “Se gli americani prenderanno il controllo della Groenlandia, si ripeterà la stessa storia dei nativi americani”, conclude.







