da Londra, Lorenzo Amuso
Un nuovo dilemma assilla i media occidentali. La definizione di un confine tra il diritto/dovere d’informazione e l’involontaria propaganda. Un limite ma soprattutto un argine, perché il primato della notizia non si traduca in proselitismo. Un corto-circuito mediatico abilmente sfruttato dall'autoproclamato Stato islamico (IS) per minacciare la comunità internazionale, promuovendo nel contempo il suo apostolato tra i musulmani.
Le scelte dei giornali britannici
Tra i primi ad accorgersene, e respingerlo, l’Independent che all’indomani dell’assassinio di Alan Henning, si era rifiutato di pubblicare la foto della decapitazione del tassista britannico. "E’ stato ucciso davanti alle telecamere solo per propaganda. Queste sono notizie, non propaganda". Un necrologio come titolo, nella prima pagina dell’edizione listata a lutto.
Un necrologio come titolo (Independent)
Pubblicare o ignorare?
Edulcorare la cronaca, selezionare le immagini oppure raccontare anche i dettagli più ripugnanti? "Quanto dobbiamo ancora vedere?", si è chiesto John Hodgman dalle colonne del British Journalism Review, suggerendo un distinguo tra censura e buon senso. Perché la deriva in corso è allarmante, con esecuzioni capitali che in un prossimo futuro potrebbero essere trasmesse in diretta tv, in accordo al palinsesto. Come paventa Patrick Cockburn che in un suo recente libro sull’IS suggerisce un’inquietante similitudine tra jihadisti e trafficanti di droga messicani. Uniti dalla spettacolarizzazione della violenza, non più nascosta ma propagandata in un carosello grottesco.
Il peso dei social network
Con la complicità accidentale dei mezzi di comunicazione, ostaggi, a loro volta, di un presupposto ormai ineludibile. Oggigiorno - ricorda il Guardian - le decisioni prese dai grandi editori, quelli tradizionali (che siano la BBC o The Times) "risultano irrilevanti", dal momento che i social network suppliscono a qualsiasi omissione in tempo reale.
Il pilota poco prima della presunta esecuzione, in una foto circolata su Twitter
"Filtrare non censurare"
Così se Fox News, unica TV ad averlo fatto, decide di trasmettere (ma solo sul sito internet) l’uccisione del pilota giordano Maaz al-Kassabeh, ma solo "per sottolineare la barbarie dell'IS”, altri - vedi il Financial Times - preferiscono filtrare, "che non significa censurare". Al contrario, è responsabilità dei media - che non possono diventare “veicoli di propaganda” - difendere sì la libertà di parola ma stabilendo con le autorità politiche limitazioni invalicabili.
Perché - sottolinea l’Independent- pur nel diritto della stampa di turbare ed eventualmente angosciare il proprio pubblico, la democrazia liberale si definisce proprio nella sua capacità di autoimporsi dei limiti. Un’implicita risposta al fanatismo incontrollato, il rifiuto della civiltà a "piegarsi alla narrativa di lunatici".




