La guerra in Medio Oriente sta avendo un impatto significativo sul mercato energetico globale, con il prezzo del petrolio che ha superato qualche giorno fa la soglia dei 100 dollari al barile, per poi scendere e risalire leggermente (mercoledì mattina era attorno ai 90 dollari). Il livello più alto dal 2022, l’anno dell’invasione russa in Ucraina. Lo Stretto di Hormuz rimane di fatto chiuso da giorni al passaggio delle petroliere, con l’Iran che lancia droni contro le infrastrutture petrolifere dei paesi del Golfo e che minaccia di colpire le navi che proveranno a forzare il blocco. Cosa dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane?
“Ritengo che ci sia un rischio significativo che i prezzi del petrolio tornino a salire nei prossimi giorni e nelle prossime settimane”, spiega ai microfoni del Radiogiornale Edward Fishman, direttore del Centro di studi geoeconomici presso il Council on Foreign Relations di New York.
“I mercati del petrolio erano diventati compiacenti perché le ultime volte che l’amministrazione Trump ha usato la forza militare contro i siti nucleari iraniani l’anno scorso, e per catturare Nicolas Maduro in Venezuela quest’anno, non c’è stato alcun impatto misurabile sul prezzo del petrolio. Questo si spiega in primo luogo con il fatto che in entrambe le circostanze non si è verificata un’interruzione delle forniture di petrolio, ma adesso siamo di fronte a una situazione nuova. Il corpo delle Guardie della rivoluzione minaccia di usare la forza contro le navi che proveranno ad attraversare lo stretto di Hormuz. Ed è una minaccia che gli iraniani potranno continuare a usare poiché tutto ciò che serve per affondare una petroliera è un drone o una mina antinave. La leadership iraniana ritiene di affrontare una minaccia esistenziale, pertanto usa l’unica leva di cui dispone, ovvero il mercato dell’energia”.
Gli iraniani, pur sopraffatti militarmente, hanno quindi scoperto di avere una leva strategica eccezionalmente efficace, ovvero la capacità di bloccare lo stretto di Hormuz. Ma continueranno a farlo? “Gli iraniani possono decidere per quanto tempo mantenere questa strategia”, prosegue Fishman. “Anche se Trump domani annunciasse la fine delle operazioni militari in Iran, toccherebbe agli iraniani decidere se continuare a minacciare la navigazione nello Stretto. Anzi, se Trump dovesse ritirarsi proprio adesso, manderebbe un segnale molto forte all’Iran e cioè che la leva dei mercati energetici funziona”.
“Se poi gli iraniani alzassero il tiro - prosegue il direttore del Centro di studi geoeconomici - per esempio chiedendo la chiusura delle basi americane nella regione del Golfo, non credo che il Pentagono abbia una risposta a questa minaccia poiché, con la capacità dell’Iran di produrre droni a basso costo e in grandi quantità, non c’è molto che possa essere fatto per proteggere il passaggio delle navi. Nessuno, né gli analisti dei mercati energetici né i militari, pensavano che l’Iran sarebbe arrivato al punto di chiudere lo stretto di Hormuz e interrompere il transito delle petroliere. Questo è un fatto senza precedenti”.
Negli Stati Uniti il prezzo del gallone di benzina è aumentato in pochi giorni del 17-19%, raggiungendo in media i 3,45 dollari al gallone. È fuor di dubbio, secondo Fishman, che questo potrebbe diventare un problema politico per Donald Trump, poiché “il tema politicamente dominante negli Stati Uniti è quello della “affordable city”, ovvero del costo della vita. Nel 2024 Trump ha vinto le elezioni con la promessa di abbassare il prezzo dei beni di consumo. Ma adesso lo scenario più plausibile è un costo dell’energia più elevato, almeno per i prossimi 6-12 mesi. Anche se il prezzo del barile dovesse situarsi attorno a a 70 o 80 dollari, sarebbe comunque un aumento significativo rispetto alle previsioni che erano attorno ai 50 dollari al barile per il resto dell’anno. Un costo maggiorato dell’energia avrà certamente un impatto sull’inflazione e quindi anche sulla politica monetaria della Federal Reserve, visto che diventerà più difficile abbassare i tassi come vuole Trump. Quindi sì, ci saranno ripercussioni economiche per la guerra qui negli Stati Uniti, ma anche ricadute politiche per Donald Trump”.








