ANALISI

Kharg: tra avvertimenti e rischio escalation

L’esperto Riccardo Redaelli al Telegiornale: “Gli americani stanno colpendo questo isolotto proprio per la stessa ragione per cui finora non l’avevano fatto: la sua importanza cruciale”

  • Ieri, 21:44
  • 2 ore fa
Fuga di gas da una piattaforma di produzione petrolifera in Iran
02:26

L'analisi di Riccardo Redaelli

Telegiornale 14.03.2026, 20:00

Di: Telegiornale-Roberto Cattaneo/joe.p. 

Donald Trump ha stretto ancora la morsa sul regime degli ayatollah minacciando di neutralizzare l’unica risorsa che tiene in vita l’Iran. La svolta è scattata con i primi bombardamenti americani su Kharg, da cui passa il 90% dell’export di petrolio di Teheran.

I raid hanno preso di mira solo “gli obiettivi militari”, ma è stato solo un anticipo: se i Pasdaran continueranno a bloccare Hormuz i prossimi attacchi “distruggeranno i terminal” di greggio dell’isola, ha avvertito il tycoon, lanciando anche un appello ad altri Paesi, inclusa la Cina, a inviare navi da guerra per mettere in sicurezza lo Stretto.

Quanto è importante questo isolotto e come mai è stato risparmiato fino ad oggi? Il Telegiornale lo ha chiesto a Riccardo Redaelli, direttore del Master in studi mediorientali alla Cattolica di Milano. 

“È un isolotto fondamentale - afferma Redaelli - non solo perché rappresenta la linfa vitale e il cuore pulsante dell’economia iraniana, dato che da lì transita quasi tutto il petrolio, ma anche perché da questo isolotto, fortemente fortificato, è possibile controllare il traffico delle super petroliere e dei super container che attraversano il Golfo, seguendo rotte estremamente ristrette. Gli americani lo stanno colpendo proprio per la stessa ragione per cui finora non l’avevano fatto: la sua importanza cruciale. Questo è un segnale. Si è trattato più di colpi di avvertimento che di un attacco mirato a distruggere le infrastrutture, poiché ciò provocherebbe ovviamente una fortissima escalation del conflitto.”

Sono passate oramai due settimane dallo scoppio della guerra: sulla durata arrivano indicazioni contrastanti. A che punto siamo?

“È difficile fare previsioni - conclude Redaelli - e non solo perché c’è un presidente come Donald Trump, molto egocentrico, capriccioso e volubile, ma anche perché gli Stati Uniti sono entrati in guerra senza una strategia chiara. Gli USA pensavano di agire come in Venezuela, un’idea piuttosto folle. Dimostrano così di non conoscere il regime iraniano e ora si trovano in difficoltà. Io vedo due spinte contrastanti. Da un lato, le pressioni internazionali, spaventate dai costi energetici e dall’impopolarità che c’è negli Stati Uniti - soprattutto all’interno del mondo MAGA - per questa guerra, che quindi potrebbe portare ad una rapida fine del conflitto. Dall’altro lato, proprio a causa della frustrazione sempre più evidente degli americani, questo conflitto potrebbe accentuarsi se arrivano i marines e se Kharg viene presa con un colpo di mano. In tal caso la guerra rischierebbe di complicarsi e di continuare in uno scenario molto pericoloso per l’Iran, per la regione e per l’intero sistema internazionale”.

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