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L’energia nucleare nell’Unione europea

Con la crisi energetica dovuta ai conflitti, si torna a parlare di centrali atomiche: ecco come viene affrontata la questione nei vari Paesi

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Una centrale nucleare in Francia

Una centrale nucleare in Francia

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Di: Stefano Grazioli 

Quindici anni dopo il disastro di Fukushima (11 marzo 2011) e quaranta dopo quello di Chernobyl (26 aprile 1986), il nucleare rimane ancora un perno per l’approvvigionamento energetico di molti Paesi europei, Svizzera compresa. Tra quelli dell’Unione europea, 12 su 27 gestiscono centrali nucleari. In totale nell’UE sono in funzione un centinaio di reattori, che rappresentano circa un quarto della cifra mondiale. Tra gli Stati europei non appartenenti all’UE ci sono oltre al Regno Unito e alla Russia, la Bielorussia e l’Ucraina, dove è presente la centrale più grande del continente, quella di Zaporizha, con sei reattori, attualmente non in funzione a causa del conflitto nell’ex repubblica sovietica. Già la crisi energetica del 2022, cominciata con l’invasione su larga scala da parte della Russia, e quella attualmente in corso, parallela alla guerra nel Golfo, hanno mostrato la vulnerabilità dell’Europa per quel che riguarda le forniture energetiche di idrocarburi, gas e petrolio: non è un caso quindi che il nucleare sia stato rilanciato anche all’interno dell’Unione come soluzione per il futuro prossimo e sul lungo periodo, evidenziando però le differenze tra i promotori e gli avversari delle nuove tecnologie.

L’asse tra Bruxelles e Parigi

A dare impulso per la promozione dell’energia nucleare è stata recentemente proprio la Commissione europea, con la presidente Ursula von der Leyen che ha definito un grave errore strategico la decisione da parte di alcuni Paesi europei di abbandonarla. Il riferimento è stato in primo luogo alla Germania, che dopo Fukushima ha optato per la chiusura progressiva delle proprie centrali. Bruxelles è allineata così soprattutto alla Francia, la nazione che in Europa da sola sostiene circa la metà della produzione di energia nucleare del continente; non è un caso che l’appello per quello che la stessa Von der Leyen ha definito il rinascimento del nucleare sia avvenuto a Parigi, nel corso della Conferenza sull’energia nucleare a inizio marzo, promossa dal capo di stato francese Emmanuel Macron.

Parigi prevede nei prossimi sei anni la costruzione di sei nuovi reattori e altri otto sono in fase di discussione. La presidente della Commissione ha affermato che, visto che l’UE non è produttrice né di petrolio né di gas, si trova in una posizione di svantaggio rispetto ad altre regioni del mondo a causa della sua dipendenza. Il forte aumento dei prezzi dell’energia causato dal conflitto in Medio Oriente rappresenta dunque un chiaro monito. Accanto alla Francia, gli altri Paesi che nell’Unione puntano ancora sul nucleare sono il Belgio, l’Olanda, la Spagna, la Slovenia, la Svezia, la Finlandia, la Slovacchia, la Repubblica Ceca, la Bulgaria e la Romania. Molti di questi, quelli dell’Europa orientale e in parte anche la Finlandia, sono ancora dipendenti dalle tecnologie ex sovietiche e poi russe, con reattori del tipo VVER.

L’incertezza di Berlino e la volontà di Varsavia

Per rendere l’Europa meno dipendente dai combustibili fossili importati, l’Unione europea ha annunciato quindi di promuovere lo sviluppo di piccoli reattori modulari (SMR), eventualmente anche in Paesi che hanno detto “no” al nucleare, come Germania e Italia. Von der Leyen ha promesso una garanzia di 200 milioni di euro per incentivare gli investimenti nello sviluppo dei mini-reattori con l’obiettivo di rendere la nuova tecnologia operativa entro i primi anni del 2030. In realtà la questione, sia a Berlino che a Roma, è controversa: da un lato il cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato, rammaricandosene, che la decisione tedesca è comunque irreversibile; dall’altro, nonostante il governo italiano sostenga l’obiettivo internazionale di triplicare la capacità nucleare globale entro il 2050, le possibilità reali di un ritorno al nucleare sono scarse.

C’è però nell’Unione europea chi vuole a tutti il costi il nucleare, tradizionale, come la Polonia, che con il supporto di Bruxelles costruirà la sua prima centrale atomica non lontano da Danzica, sul Mar Baltico, nel distretto di Lubiatowo-Kopalino, nel comune di Choczewo. I costi si aggireranno intorno ai 45 miliardi di euro e il governo di Varsavia ha comunicato l’intenzione di sostenere l’investimento di un terzo del progetto. Resta da vedere alla fine quale sarà davvero a livello europeo lo sviluppo dei mini reattori, più piccoli appunto delle centrali classiche, considerati dai sostenitori un’alternativa per la produzione di energia più flessibile e potenzialmente più sicura. L’industria sostiene che gli SMR potrebbero essere più economici ed efficienti rispetto agli impianti tradizionali di grandi dimensioni, gli oppositori del nucleare invece temono i rischi derivanti dalla proliferazione di piccole centrali e la comparsa di nuove tipologie di scorie radioattive.

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Axpo: il nucleare non è una priorità

Telegiornale 24.03.2026, 20:00

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