Analisi

La Cina e il doppio registro sull’Islam

Pechino si fa portavoce della questione palestinese ma in patria non mancano gli episodi di repressione contro i musulmani, nel nome della “sinizzazione”

  • 30 November 2023, 04:40
  • 30 November 2023, 04:40
  • HAMAS ISRAELE
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Radiogiornale delle 12.30 del 29.11.2023: la Cina e il doppio registro sull’Islam, l’analisi di Lorenzo Lamperti

Di:Lorenzo Lamperti

Fine maggio 2023. A Nagu, nella provincia dello Yunnan, una folla si scontra con la polizia durante le proteste per la demolizione della cupola della moschea Najaying, punto di riferimento della minoranza musulmana Hui. Una storia fra tante. Secondo un’analisi satellitare del Financial Times condotta su 2312 moschee in varie parti della Cina, negli ultimi 5 anni tre quarti sono state modificate o demolite. Non ci sono dunque solo le accuse di repressione della minoranza uigura dello Xinjiang. Eppure, sulla questione palestinese Pechino si fa in qualche modo portavoce dei Paesi a maggioranza musulmana.

Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre, la diplomazia cinese è stata più decisa e proattiva del solito. Tanto da ospitare la scorsa settimana una delegazione di ministri di Paesi arabi e islamici. E tanto da inviare il ministro degli Esteri Wang Yi a New York per presiedere la riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Wang ha presentato un documento che propone una via d’uscita al conflitto. I punti cardine della proposta sono sostanzialmente quattro, gli stessi enunciati dal presidente Xi Jinping durante l’incontro virtuale dei Brics di qualche giorno fa: cessate il fuoco e rilascio degli ostaggi immediati, aiuti umanitari a Gaza e soluzione dei due Stati. La Cina chiede l’organizzazione di una conferenza di pace, dove però il barometro deve essere, dice Xi, “il ripristino dei diritti legittimi della nazione palestinese” senza cui “non ci sarà pace e stabilità duratura in Medio Oriente”. Sin qui Israele ha giudicato sbilanciata la posizione della Cina, che ha condannato tutte le azioni contro i civili, ma ha criticato con più forza il governo di Benjamin Netanyahu per essere andato “oltre il diritto all’autodifesa” con una “punizione collettiva” per la popolazione di Gaza.

Dopo aver ospitato l’accordo per la ripresa dei rapporti diplomatici tra Arabia Saudita e Iran, ottenendone poi l’ingresso nei Brics, la Cina non vuole perdere il capitale diplomatico accumulato in Medio Oriente, che si somma alla crescente influenza commerciale. Una miscela che favorisce il silenzio dei Paesi islamici sui diritti dei musulmani cinesi. A settembre, una delegazione della Lega Araba è stata nello Xinjiang approvando la gestione cinese, che secondo il Partito comunista garantisce la stabilità interna dopo i problemi di sicurezza causati dai gruppi separatisti negli anni passati.

Le modifiche architettoniche alle moschee rispondono alla richiesta di sinizzazione delle religioni espressa da Xi nel 2016, con l’obiettivo di “armonizzare” le fedi all’interno della società cinese. Dal 2018, il personale religioso può svolgere le sue funzioni a patto di aderire agli organismi statali ufficiali. Nel 2022 sono stati introdotti maggiori controlli sui finanziamenti ai gruppi religiosi.

Il fenomeno non riguarda solo Islam e Xinjiang, ma anche altre aree e minoranze. Per esempio il Tibet, che le autorità chiedono ora di chiamare col nome in cinese “Xizang” anche nei documenti in lingua inglese. Oppure la Mongolia interna, dove una recente riforma scolastica impone lo studio del mandarino al posto del mongolo.

Più che islamofobia, si tratta dunque di un più ampio tentativo di normalizzazione, “sinizzazione” appunto, di varie forme di associazionismo (compresa per esempio la comunità Lgbtq+) e dunque potenzialmente in grado di proporre istanze politico-culturali non in linea con quelle del Partito. Agli occhi di Pechino, tutto ciò non è in contraddizione con il proporsi come una sorta di “grande fratello” dei Paesi a maggioranza musulmana.

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