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La chiusura di Hormuz pesa sugli scambi cinesi

Crescita contenuta delle esportazioni, il blocco statunitense - se fatto rispettare - potrebbe peggiorare la situazione - Agenda diplomatica piena per il presidente Xi

  • Oggi, 15:50
  • Oggi, 15:51
Container nel porto cinese di Qinzhou
03:14

RG 12.30 del 14.04.2026 La diretta di Lorenzo Lamperti

RSI Info 14.04.2026, 15:49

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Di: Lorenzo Lamperti, Collaboratore RSI a Taiwan

La spinta alle rinnovabili e alle auto elettriche, la possibilità di utilizzare l’energia come leva politica, i titoli di Stato che diventano un raro bene rifugio. Sin qui si è parlato molto delle opportunità e dei potenziali vantaggi che la guerra può portare alla Cina, più preparata di tanti suoi vicini a far fronte ai problemi di approvvigionamento di petrolio. Ma ora la potenza asiatica inizia anche ad avere qualche problema a causa del conflitto. L’impatto più evidente è sul commercio. Pechino ha diffuso i dati sull’interscambio di marzo: dopo l’inizio del conflitto, le esportazioni della Cina sono aumentate su base annua solo del 2,5%. Si tratta di un dato di oltre tre volte inferiore alle attese della vigilia, fissate all’8,6%, ma addirittura quasi dieci volte meno del 21,8% registrato nei mesi di gennaio e febbraio. Un rallentamento fortissimo, dovuto allo shock sulla domanda globale ma anche alla chiusura dello Stretto di Hormuz. È vero che alcune navi cinesi sono state fatte passare dall’Iran anche nelle scorse settimane, ma in un numero nettamente inferiore rispetto al normale, e col nuovo blocco annunciato da Donald Trump la situazione potrebbe ulteriormente peggiorare. Un bel problema per un’economia come quella cinese, in cui il modello di crescita è ancora dipendente dall’export e dalla stabilità del commercio internazionale.

Non solo. Lo shock dei prezzi del carburante ha scosso la Cina, interrompendo un lungo periodo di deflazione e colpendo alcuni settori, come quelli dipendenti da determinati prodotti petrolchimici. Il prezzo di alcune tipologie di polietilene, cioè la plastica più diffusa al mondo, è raddoppiato. Questo sta facendo lievitare i costi di migliaia di beni di consumo, tra cui imballaggi, bottiglie e giocattoli per bambini. L’aumento dei prezzi è molto forte anche per la fibra di carbonio, componente chiave per la produzione di beni di consumi e di automobili. Le pressioni sui costi si stanno ripercuotendo anche sul settore dei servizi. Stanno aumentando vertiginosamente anche i prezzi dell’elio, le cui forniture sono cruciali per la produzione di microchip, apparecchiature mediche e in altre catene di approvvigionamento tecnologiche. Il tutto accade mentre il governo cinese è già alle prese con una domanda debole dei consumatori interni. Secondo gli analisti di Trivium China, una guerra prolungata o una chiusura continuativa di Hormuz possono peggiorare alcune dinamiche interne dell’economia cinese, con effetti sul potere d’acquisto delle famiglie e le entrate fiscali del governo.

Forse anche per questo, la Cina è in una fase di iper attivismo diplomatico. Negli ultimi giorni, si è parlato a lungo di come Pechino avrebbe convinto l’Iran ad accettare di sedersi al tavolo con gli Stati Uniti per prolungare la tregua. La potenza asiatica non conferma, anche perché non intende ricoprire il ruolo di garante ufficiale della sicurezza e della stabilità di un cessate il fuoco. Ma, anche per allontanare le ipotetiche accuse di supportare troppo da vicino Teheran, la Cina si mostra disponibile in un ruolo di mediazione o (ancor meglio) di “guida” valoriale.

Vanno letti in tal senso i “quattro principi per la pace in Medio Oriente”, presentati da Xi Jinping nel suo incontro con Mohamed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi. I quattro punti menzionati da Xi sono i seguenti: impegno per la coesistenza pacifica, rispetto della sovranità nazionale e integrità territoriale, adesione alla carta delle Nazioni Unite, tutela sia della sicurezza che dello sviluppo. Si tratta di principi piuttosto generici, già menzionati nel piano di pace lanciato due settimane fa col Pakistan, e con cui la Cina critica implicitamente sia gli attacchi di Stati Uniti e Israele, sia le ritorsioni dell’Iran contro gli altri Paesi della regione. L’obiettivo è quello di mostrare una presunta equidistanza tra l’Iran e i Paesi del Golfo, dove Pechino ha enormi interessi.

Pedro Sanchez con il premier Li Qiang

Pedro Sanchez con il premier Li Qiang

  • reuters

Questo presunto ruolo da “forza stabilizzatrice” trova una sponda anche durante il successivo incontro tra Xi e Pedro Sanchez, alla quarta visita a Pechino in quattro anni. Il premier spagnolo ha detto che la Cina può svolgere un ruolo importante per mettere fine alla guerra e ha chiesto a Xi di collaborare per costruire “un nuovo ordine multipolare”. Una proposta che è musica per le orecchie di Pechino, che interpreta queste parole come una possibile maggiore autonomia strategica dell’Europa dall’influenza degli Stati Uniti. La Spagna è tra i Paesi della NATO che ha criticato con più chiarezza l’azione militare ordinata da Trump contro l’Iran. Non a caso, Xi ha elogiato Madrid, sostenendo che si trova “dalla parte giusta della storia”, per il mancato supporto alle operazioni militari di Washington. Per i media cinesi, i rapporti con Madrid possono diventare un “modello di cooperazione pragmatica” per riavvicinare Europa e Cina.

L’agenda di Xi è pienissima. Mercoledì riceve anche To Lam, appena nominato presidente del Vietnam dopo essere stato già confermato segretario generale del Partito comunista del Paese del Sud- Est asiatico. Hanoi è uno snodo chiave per le triangolazioni commerciali delle merci cinesi e Pechino sembra voler sfruttare l’energia come leva diplomatica nei rapporti col suo vicino, come già sta provando a fare con le Filippine, che hanno aperto allo sfruttamento congiunto delle risorse nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale. A Pechino c’è anche il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, che sta mettendo a punto i preparativi per la prossima visita del presidente Vladimir Putin. Nei giorni scorsi, Xi ha ricevuto persino Cheng Li-wun, leader del principale partito d’opposizione a Taiwan. La guerra in Medio Oriente sta avendo ripercussioni sull’economia della Cina, ma allo stesso tempo ne sta rafforzando le credenziali di “potenza responsabile”.

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