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La corrente dell’Atlantico rallenta: nuovo allarme dalla scienza

Secondo un recente studio, la circolazione oceanica atlantica sarebbe più vicina a una soglia critica di quanto stimato sinora, con possibili effetti pesanti su Europa, Americhe e Africa

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Allarme per la corrente atlantica

Telegiornale 16.04.2026, 20:00

Di: Telegiornale-Gregorio Schira/sdr 

Un nuovo allarme climatico arriva dalle pagine della rivista scientifica Science Advances. Secondo uno studio dell’Università di Bordeaux, la corrente oceanica AMOC, uno dei principali motori del clima su scala globale, sarebbe oggi molto più vicina a una soglia critica di quanto si ritenesse finora. Se dovesse collassare, le conseguenze potrebbero essere pesantissime per vaste aree del pianeta.

Che l’AMOC fosse in difficoltà non è una novità. Da anni la comunità scientifica osserva segnali di indebolimento della grande circolazione atlantica e da tempo avverte che un suo eventuale collasso potrebbe produrre effetti profondi sul clima, soprattutto nell’emisfero nord. La novità, però, sta nella valutazione del rischio: secondo il nuovo studio, il sistema sarebbe infatti più fragile del previsto. Lo racconta al Telegiornale della RSI Sandro Carniel, oceanografo e climatologo. “Sostanzialmente - spiega - quello che questo studio dice di nuovo è che il sistema è più vicino a una soglia critica di quanto pensassimo. Il rallentamento dell’AMOC non è più, diciamo, intorno alle percentuali che ritenevamo fino a qualche mese fa ma si avvicina ormai al 50% entro fine secolo, con molta meno incertezza”.

L’AMOC, acronimo di Atlantic Meridional Overturning Circulation, è una gigantesca corrente che trasporta calore dall’equatore verso il Nord Atlantico. Qui, raffreddandosi e aumentando di densità, l’acqua sprofonda, alimentando una sorta di “nastro trasportatore” oceanico che contribuisce a mantenere l’equilibrio climatico di molte regioni del pianeta.

Funzionamento e importanza della corrente

“L’AMOC - prosegue lo studioso - regola quindi la temperatura, le precipitazioni su larga scala e di conseguenza anche gli equilibri della pesca, gli equilibri ecosistemici del mare. Se si indebolisce, come ahimè sta già facendo, il rischio concreto è di un’alterazione molto profonda del clima in Europa ma anche nelle Americhe, in parte dell’Africa”.
In altre parole, non incide solo sulle temperature, ma anche sulla distribuzione delle piogge, sulla produttività dei mari e su equilibri ecologici ed economici molto delicati. Per questo la sua evoluzione viene considerata uno degli snodi più sensibili della crisi climatica.

Gli effetti del collasso sui continenti

Per l’Europa, il quadro delineato dagli esperti è particolarmente severo: un raffreddamento marcato del Nord del continente, modifiche importanti nei regimi delle precipitazioni e conseguenze a catena su agricoltura, disponibilità d’acqua e stabilità sociale.
“Per l’Europa questo significa sostanzialmente significa inverni più freddi, variazioni nelle precipitazioni significative, spostamento delle fasce tropicali e della pioggia con impatti sull’agricoltura e sulle risorse idriche. Quindi potenzialmente un grande raffreddamento della zona nord d’Europa che poi progressivamente cala anche alle nostre latitudini e questo ovviamente influenza la stabilità economica ma anche l’immigrazione e le tensioni su scala internazionale”, registra l’esperto.
Lo scenario evocato dalla ricerca guarda soprattutto alla fine del secolo. Non si tratta dunque di un collasso imminente nei prossimi anni, ma di un rischio serio, che richiede decisioni rapide e incisive già oggi. Il punto, sottolineano gli studiosi, è che aspettare i segnali più evidenti potrebbe significare intervenire troppo tardi.
Secondo Carniel, margini d’azione esistono ancora, ma il tempo è limitato e si può recuperare “solo con azioni molto decise e molto veloci. Non possiamo aspettare che il problema si verifichi nella sua evidenza conclamata, perché a quel punto veramente non lo potremo più riprendere”.

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