Il primo di giorno di primavera è la giornata mondiale della felicità. L’hanno decretato nel 2012 le Nazioni Unite per ricordare come la jeffersoniana ricerca della felicità sia un diritto per tutti, non confinato alla solo dichiarazione di Indipendenza americana.
Senza scomodare i filosofi antichi, dalla fine degli Anni Novanta del secolo scorso la felicità è anche una scienza, legata alla psicologia positiva. L’idea è semplice: cercare di studiare ciò che rende la vita degna di essere vissuta, come migliorare la qualità del vivere quotidiano. Così, la felicità diventa misurabile, frutto di una pratica e di un cambiamento di comportamenti e atteggiamenti mentali. Ne è persuasa Laurie Santos, 52 anni, da otto tiene il corso di Psicologia del vivere bene all’Università di Yale. E da otto anni il suo corso è il più frequentato del prestigioso ateneo dell’Ivy League. E ormai da tempo online, sui social o con il suo podcast raggiunge milioni di persone desiderose di vivere meglio.
Il suo punto di partenza? “Riconoscere di avere un’idea sbagliata di felicità”, per questo spiega è come se il nostro cervello debba essere “riprogrammato”. Come? Con una pratica, una regola. Ai suoi allievi dà addirittura dei compiti: tenere un diario scrivendo regolarmente quel che ci rende grati, curare le relazioni sociali senza farsi inghiottire da quelle online, praticare la gentilezza e dormire di più, possibilmente otto ore a notte.
A Prima Ora della RSI, Laurie Santos ha raccontato l’abc del suo corso e come superare lo stallo (e il possibile scetticismo) che paralizza anche al solo googlare la parola “felicità”. E ancora: di allenamento alla felicità, del rischio di essere ossessionati solo dalle “good vibes” (le emozioni positive), di come uscire dalla trappola del “self care” e dei suoi non trascurabili momenti di felicità.






