Mondo

La paura dell’Ebola raccontata dal cuore del contagio

Il virus si diffonde dal Congo ai Paesi vicini, tra conflitti armati e grande mobilità - La testimonianza da Goma - L’esperto: “Mancano vaccini per questo ceppo poco conosciuto”

  • 39 minuti fa
immagine
08:43

L'emergenza Ebola in Africa

SEIDISERA 20.05.2026, 18:00

  • keystone
Di: SEIDISERA- Pervin Kavakcioglu-Chiara Savi/Spi 

Il territorio della Repubblica Democratica del Congo equivale grossomodo a mezza Europa. La nazione confina con l’Uganda, che è vicina al Ruanda, zone dove gli spostamenti sono molto frequenti. E anche qui sta il problema dell’emergenza sanitaria definita dalla stessa Organizzazione mondiale della sanità (OMS) di rilevanza internazionale. Finora il virus dell’Ebola ha colpito 600 individui e i morti sono 149, ma sono cifre sottostimate.

Il primo contagio rilevato risale allo scorso 24 aprile a Bunia, capitale della provincia dell’Ituri, nel nord-est del Congo. Per saperne di più SEIDISERA ha raccolto la testimonianza di un giornalista indipendente, Fidèle Kitsa, che si trova a Goma, capitale della provincia del Nord Kivu, nell’est del Paese: “Il primo caso a Goma è stato una donna rientrata proprio da Bunia. Da domenica scorsa sono state attuate misure preventive per sensibilizzare la popolazione. Sono stati installati diversi dispositivi per lavarsi le mani nei luoghi pubblici e c’è del personale che misura la temperatura in via precauzionale. I media poi trasmettono messaggi per ricordare i rischi legati alla malattia e il confine tra Congo e Ruanda a partire da Goma è chiuso”.

Il virus in una regione in guerra

Il Nord Kivu, in diverse aree, è in balia degli scontri tra i ribelli antigovernativi del gruppo armato M23 e l’esercito. L’aeroporto di Goma per questo motivo è chiuso. Chi vuole andare all’estero deve passare per forza per il Ruanda e ancora oggi è possibile attraversare il confine. Quindi l’Ebola può circolare: “La popolazione - spiega Kitsa - ha paura perché per questo ceppo di Ebola non ci sono vaccini né cure specifiche. Da una parte è un bene perché le persone si stanno mobilitando per rispettare le misure igieniche e di prevenzione. C’è molta comunicazione anche via social media. Si evitano gli assembramenti, perché si è consapevoli che se si contrae il virus è difficile guarire. Non c’è un medicinale specifico”.

L’epicentro dell’epidemia è nella provincia dell’Ituri, che è una zona mineraria dove si scontrano ribelli e forze governative. “La situazione di sicurezza nell’est della Repubblica Democratica del Congo influisce sulla risposta al virus, perché ci sono gruppi armati che controllano villaggi e non comunicano con il governo di Kinshasa. Goma, ad esempio, è una città controllata dal gruppo armato dell’M23 e non c’è alcuna collaborazione tra il potere e i ribelli per controllare la situazione”.

Il Bundibugyo Ebolavirus spiegato dall’esperto

L’attuale epidemia di Ebola è causata da un ceppo di virus poco conosciuto, spiega a SEIDISERA il dottor Pietro Antonini, esperto di malattie infettive del gruppo ospedaliero Moncucco: “È noto solo da una ventina di anni e ha un nome anche difficile da pronunciare, Bundibugyo Ebolavirus. Quelli più conosciuti, come lo Zaire Ebolavirus, sono noti da almeno 40-50 anni”. Rispetto a quest’ultimo, “che aveva una mortalità anche dell’80%, il virus di cui parliamo oggi è un po’ meno letale. Le altre sono tutte cattive notizie - rileva il medico -. Soprattutto il fatto che, essendo un virus poco conosciuto, trattamenti causali con anticorpi o vaccini praticamente non ce ne sono, se non a titolo sperimentale”. Anche secondo Antonini, l’epidemia potrebbe essere molto più estesa, soprattutto perché “è un’area dove la gente viaggia tantissimo. C’è tantissimo traffico transfrontaliero tra la Repubblica Democratica del Congo, l’Uganda e il Ruanda, per cui è facile che delle persone possano portare il virus anche in altre zone”.

Si tratta di un’emergenza sanitaria internazionale, non di una pandemia. Eppure contenerla non sarà facile, perché come detto mancano vaccini e trattamenti con anticorpi. “Si tratta della prima volta che questo ceppo provoca un’epidemia veramente sostenuta e grave”. Tra i sintomi, spiega ancora Antonini, “c’è una febbre alta dopo un’incubazione che può durare da pochi giorni, fino a due-tre settimane. Le persone spesso soccombono per diarrea, perché vanno in uno stato di shock. La malattia, purtroppo, si trasmette facilmente. Basta il contatto, anche con il sudore dei malati o con i cadaveri. Le famiglie si oppongono al sequestro delle salme, perché ci sono delle pratiche locali di trattamento dei corpi, che vengono lavati per la preparazione al funerale. Ci si scontra poi con il fatto che la gente si fida poco di quello che gli dici. Basta mandare in giro una voce e se la prendono magari con gli operatori sanitari. E poi c’è la guerra, è sufficiente l’arrivo di una banda armata e la gente ricoverata in osservazione scappa perché ha paura e poi non la trovi più”.

E al di fuori dell’Africa ci si deve preoccupare? “Qualche caso di importazione è possibile - risponde l’esperto di malattie infettive -. In passato si sono registrati più di una ventina di casi di persone arrivate e curate in Europa o negli Stati Uniti che potenzialmente potevano infettare altri individui. Ma vere e proprie epidemie posso dire che sono escluse. È altissimamente improbabile che succeda da noi”.

rsi_social_trademark_WA 1.png

Entra nel canale WhatsApp RSI Info

Iscriviti per non perdere le notizie e i nostri contributi più rilevanti

Correlati

Ti potrebbe interessare