Alla vigilia del quarto anniversario dell’invasione militare russa dell’Ucraina, l’Ungheria di Viktor Orbán mantiene il proprio veto sia al ventesimo pacchetto di sanzioni preparate dall’Unione europea contro la Russia, sia al prestito da 90 miliardi di euro a favore di Kiev, che era già stato deciso in dicembre. Una mossa che Budapest lega alla mancata riapertura, in Ucraina, dell’oleodotto che rifornisce Ungheria e Slovacchia di petrolio russo.
“Sono davvero spiacente - ha dichiarato Kaja Kallas - che non riusciamo a raggiungere un accordo oggi, considerando che domani ricorre l’anniversario dell’inizio della guerra e abbiamo davvero bisogno di mandare un segnale forte all’Ucraina che continuiamo a sostenerla, ma anche di aumentare la pressione sulla Russia per far finire questa guerra”. L’atmosfera è cupa oggi, lunedì, a Bruxelles. E ad interpretarla, unendosi al coro di critiche soprattutto all’Ungheria di Viktor Orban, ma anche alla Slovacchia di Robert Fico, è toccato proprio alla responsabile della politica estera dell’UE.
Come al solito, alla vigilia dell’anniversario dell’inizio della guerra russa in Ucraina, a Bruxelles ci si apprestava ad adottare nuove sanzioni contro Mosca, ma i governi slovacco e ungherese si sono messi di traverso. Stavolta, il nodo della discordia, è l’interruzione del flusso di petrolio russo ai due Paesi, beneficiari di un’apposita deroga, dopo il danneggiamento dell’oleodotto Druzhba. I due governi accusano l’Ucraina di non riaprirlo. Kiev fa valere che sono stati i russi a colpirlo, come hanno distrutto l’80% circa dell’infrastruttura energetica ucraina.
Altro punto dolente a Bruxelles: l’Ungheria ha deciso di bloccare anche il prestito da 90 miliardi di euro in due anni per Kiev, che era già stato approvato a livello politico dal vertice europeo di dicembre. Se le resistenze ungheresi sulle sanzioni sono un déjà vu a Bruxelle, è invece una novità che il premier magiaro si rimangi la parola data, soprattutto tenendo conto che dall’operazione si è sfilato insieme a Repubblica Ceca e Slovacchia.
“È assolutamente deprecabile che la decisione condivisa da tutti i leader nel Consiglio europeo sia adesso rimessa in discussione”, ha sostenuto Kaja Kallas. I presidenti Costa e von der Leyen domani saranno a Kiev e poi affronteranno sicuramente la questione col primo ministro Orban, perché ciò non corrisponde alla cooperazione in buona fede sancita dai trattati.
Domani dunque, Costa e von der Leyen arriveranno a Kiev a mani vuote per le commemorazioni del quarto anno di guerra. Uno smacco cocente per l’UE, principale sostenitrice dell’Ucraina e per lo stesso Paese in guerra, ormai sull’orlo della bancarotta. A Bruxelles e nelle capitali intanto si moltiplicano le voci per superare l’unanimità e trovare il modo di sostenere Kiev. Comunque.

Ucraina: a 4 anni dall'invasione Orban manitiene il veto sugli aiuti
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