Salpata dal porto russo di Primorsk, la petroliera Anatoly Kolodkin è ormai in avvicinamento alle coste di Manzanillo, nel sud-est di Cuba. Trasporta circa 730’000 barili di petrolio, una quantità che potrebbe offrire solo un sollievo temporaneo alla profonda crisi energetica dell’isola, aggravata dalla decisione dell’amministrazione Trump, lo scorso gennaio, di bloccare le forniture di greggio da Paesi terzi.
Trump non interviene: “Devono pur sopravvivere”
Per giorni ci si è chiesti se gli Stati Uniti avrebbero fermato la nave, in un potenziale scontro diretto con la Russia. Uno scenario evitato dalle recenti dichiarazioni del presidente Donald Trump, che ha scelto di non intervenire. Una posizione che però chiarisce poco e apre molte ambiguità su Cuba: “Non ci dispiace se qualcuno porta un grosso carico perché ne ha bisogno... devono pur sopravvivere”, ha detto ai giornalisti a bordo dell’Air Force One. Ha poi aggiunto: “Se un Paese vuole inviare petrolio a Cuba in questo momento, non ho alcun problema, che sia la Russia o meno”, lasciando intendere una possibile apertura anche ad altri attori.

Aiuti russi verso Cuba
Telegiornale 30.03.2026, 12:30
Ma sono anche parole che contrastano nettamente con la linea dura adottata finora da Washington. Dopo la rimozione dal potere del presidente venezuelano Nicolás Maduro, le forniture da Caracas si sono interrotte, seguite poco dopo da quelle messicane sotto minaccia di dazi. A questo punto non è chiaro quale ruolo giocherà la Russia come fornitore di petrolio, né se questa mossa rifletta semplicemente la volontà del Cremlino di mettere alla prova l’amministrazione Trump, in una fase in cui l’attenzione su Cuba è diminuita dopo la guerra contro l’Iran. Allineata con L’Avana, per il momento è l’unico Paese ad aver sfidato il blocco statunitense, e a ottenere un risultato concreto. D’altra parte, la politica di Trump nei confronti della Russia è stata più conciliante rispetto a quella dei suoi predecessori.
Il sostegno russo si inserisce in una storica alleanza tra i due Paesi. Sullo sfondo emergono anche i rapporti tra Cuba e Ucraina. L’Avana si è schierata con Mosca fin dall’inizio dell’invasione. Kiev, dal canto suo, ha chiuso la propria ambasciata all’Avana lo scorso ottobre, dopo aver accusato il governo cubano di complicità nell’invio di truppe a combattere al fianco della Russia, e per la prima volta ha votato contro la rimozione dell’embargo statunitense.
Un’isola al buio
La quantità di petrolio russo permetterebbe la ripresa dei servizi di base nel Paese per alcune settimane, senza però arrivare a coprire un mese. Cuba si è appena ripresa dal sesto blackout totale dell’isola in un anno e mezzo, senza contare quelli quotidiani, che in alcune zone durano anche 15 o 20 ore al giorno. L’impatto è devastante: le pompe d’acqua non funzionano e l’acqua non arriva nelle case, gli ospedali non riescono a garantire servizi essenziali, non solo nelle sale operatorie ma già a partire dalle ambulanze, ferme per mancanza di carburante. Sono bloccati anche i macchinari per la produzione agricola e il poco cibo disponibile, nella calura del clima cubano, non può essere conservato perché i frigoriferi non funzionano.
Gli Stati Uniti, al momento, consentono solo forniture molto limitate: petrolio proveniente da compagnie statunitensi e destinato esclusivamente al settore privato cubano, senza coinvolgere lo Stato o l’esercito cubano. Quantità minime, circa 30’000 barili partiti da Miami, insufficienti a cambiare davvero la situazione, ma abbastanza da alimentare tensioni politiche interne negli USA, dove la comunità cubano-americana resta contraria a qualsiasi apertura verso L’Avana, a meno che non preveda il crollo del governo.
Trattative in stallo, retorica di guerra
Le trattative non hanno per ora portato ad alcun accordo, nonostante l’apertura delle autorità cubane a consentire investimenti diretti sull’isola, un cambiamento radicale che la comunità cubana all’estero chiedeva da anni. Nei fatti, tuttavia, gli investimenti dei cubani residenti all’estero sono già presenti a Cuba attraverso un sistema diffuso di prestanome. La scorsa settimana, le dichiarazioni del presidente cubano Díaz-Canel indicano un passaggio a una retorica più difensiva, secondo il leader, il Paese si starebbe preparando a resistere a un possibile attacco militare statunitense.

Il reportage da Cuba
Telegiornale 22.03.2026, 20:00








