Esattamente un anno fa Donald Trump prestava giuramento e diventava a tutti gli effetti il presidente numero 47 della storia americana. Un secondo mandato che in appena dodici mesi ha visto Trump demolire l’apparato governativo, scatenare una guerra dei dazi globale, lanciare una crociata anti-immigrati e mettere in discussione alleanze storiche degli Stati Uniti, tutto questo nel nome della dottrina “America First” e di una visione neoimperialista in cui tutto viene sottomesso agli interessi statunitensi.
Per delineare un bilancio del primo anno del Trump-bis, il Radiogiornale ha intervistato Donald Moynihan, docente di scienze politiche all’Università del Michigan.
“Se dovessi descrivere a parole il primo anno di Trump alla Casa Bianca - afferma Moynihan al Radiogiornale - direi: “senza precedenti” e anche “estremamente preoccupante”. Sono un professore di politiche pubbliche e quello che stiamo osservando è da una parte lo smantellamento dell’apparato statale, dall’altra un uso delle istituzioni governative come armi, in modalità che minano le norme ed i valori democratici. E a tenere insieme queste due dinamiche è un chiaro rafforzamento del potere esecutivo, in cui il presidente è riuscito ad accentrare poteri straordinari nella sua persona, ma in cui l’amministrazione è stata privata di conoscenze e di competenze. E questo perché il Governo è ora incentrato sulla lealtà verso un singolo individuo, piuttosto che su una cornice legale di responsabilità. Un anno fa, di questi tempi, ero preoccupato per la politicizzazione del Governo, per l’uso del sistema giuridico come un’arma per colpire i nemici politici di Trump. Ebbene, confesso che l’ampiezza e la rapidità di questi fenomeni, sono andate ben oltre le mie aspettative, così come la resistenza delle istituzioni democratiche, che è stata molto inferiore alle mie aspettative”.
In questo primo anno Donald Trump si è mosso a 360 gradi: dai dazi, all’immigrazione, ai tagli all’amministrazione e all’interventismo in politica estera. Che cosa l’ha colpita di più e quale intervento avrà un impatto più durevole sul sistema politico statunitense?
“Un anno fa - prosegue Moynihan - gli studiosi di politiche pubbliche in America avrebbero detto che nessun presidente può sbarazzarsi di un’intera agenzia governativa, licenziare un numero enorme di dipendenti statali senza preavviso, oppure smantellare interi programmi, poiché queste sono tradizionalmente prerogative del Congresso e il presidente è tenuto ad operare all’interno di una cornice congressuale. Invece Trump ha chiuso intere agenzie come la USAID e ha licenziato un gran numero di dipendenti federali misurando la loro idoneità in base alla loro lealtà al suo programma politico. Il presidente ha di fatto consegnato le chiavi del Governo all’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, che ha trattato l’amministrazione come aveva fatto con Twitter dopo la sua acquisizione. Penso che tutto questo abbia indebolito la capacità del Paese di affrontare e risolvere i suoi problemi, poiché in futuro assisteremo sempre più a decisioni prese da Trump seguendo il suo istinto o il consiglio dell’ultima persona che gli ha parlato. E questo sarà il processo decisionale seguito dal Governo degli Stati Uniti per elaborare le sue politiche pubbliche”.
A novembre Donald Trump rischia di perdere il controllo del Congresso nelle elezioni di midterm di metà mandato. Il presidente ha già scherzato sul fatto che andare alle urne non serve, visto che il Paese, a suo dire, va alla grande. C’è davvero di che preoccuparsi?
“Sì - conclude Moynihan - in effetti sono preoccupato, non c’è dubbio. Anche perché Trump ha già realizzato molti dei passaggi che i regimi autoritari effettuano quando prendono il controllo del Governo. L’obbedienza dell’esercito, il controllo del sistema giudiziario, la repressione del dissenso nella società civile e nelle università. Trump è riuscito a fare tutto questo, ma non può controllare le elezioni perché la loro gestione è di competenza dei singoli Stati. Pertanto, temo che sia proprio questo il suo prossimo obiettivo. Ma siccome non ha un potere diretto sull’organizzazione del voto, deve pensare in modo creativo. Per esempio potrebbe ordinare ai militari di pattugliare i seggi, oppure potrebbe alimentare i sospetti sulla regolarità del voto in certi distretti. Il presidente non deve necessariamente annullare le elezioni, ma per favorire il suo partito potrebbe ad esempio dichiarare lo stato di emergenza e poi usare questi poteri straordinari per controllare i processi elettorali in certe parti del paese”.













