Crisi in Medio Oriente

Una fuga di notizie rivela il funzionamento della repressione digitale di Teheran

I documenti rivelano un sistema già operativo nelle città iraniane, usato per identificare e arrestare i partecipanti alle proteste

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Per le strade di Teheran

Per le strade di Teheran

  • Archivio Keystone
Di: Philip Di Salvo*, senior researcher e docente presso l’Università di San Gallo

A pochi giorni dall’inizio della guerra all’Iran lanciata da Israele e gli Stati Uniti e dalla sua espansione nei paesi limitrofi del Golfo, una nuova inchiesta giornalistica fa luce su uno dei sistemi tecnologici più centrali della repressione del regime di Teheran, a poca distanza dall’uccisione di Ali Khamenei. L’inchiesta, coordinata da Forbidden Stories**, redazione investigativa internazionale basata a Parigi, insieme a un consorzio di media partner europei, offre oggi una rara panoramica sulle capacità di sorveglianza nelle mani del regime, e lo fa grazie a una fuga di notizie su larga scala ottenuta dall’interno delle società iraniane e russe coinvolte.

A rendere possibile questa pubblicazione, infatti, è stato un whistleblower: si tratta di una persona con accesso privilegiato a questi ambienti ha corso rischi personali considerevoli per far consegnare ai giornalisti contratti, video e documenti tecnici che il regime aveva tenuto segreti. Le fughe di notizie di questo tipo, chiamate  leak, da paesi repressivi e con una limitata se non inesistente libertà di stampa sono rarissime. Che Teheran adoperasse sistemi di sorveglianza simili era noto, ma i dettagli non erano mai emersi con tale completezza.

Si tratta di un lavoro giornalistico che è frutto di una collaborazione editoriale transnazionale di notevole portata. Il progetto è stato coordinato da Forbidden Stories, organizzazione no-profit fondata con la missione di portare a termine le inchieste di giornalisti minacciati, arrestati o uccisi. Al suo fianco hanno lavorato alcune tra le testate più autorevoli d’Europa: il francese Le Monde, il tedesco Der Spiegel, l’austriaco Der Standard, la svizzera Tamedia, la tedesca ZDF e Paper Trail Media, specializzata in inchieste investigative digitali. Un ruolo cruciale è stato svolto inoltre da The Signals Network, organizzazione internazionale a tutela dei whistleblower, che ha facilitato la trasmissione sicura dei documenti riservati.

L’inchiesta “Eyes of Iran” rivela per la prima volta come il regime iraniano abbia acquistato in segreto a partire dal 2019 il software russo di riconoscimento facciale FindFace, sviluppato da una società con stretti legami con il Cremlino, sanzionata dall’Unione Europea. Stando a quanto si apprende dall’inchiesta, il software FindFace, che come è ben noto fa parte dell’arsenale repressivo di Mosca, sarebbe in grado di identificare un volto nella folla a partire da un database di 500 milioni di volti in possesso del regime. con una probabilità di successo dichiarata del 98% (il dato è citato nei materiali promozionali dell’azienda; la reale efficacia di questi sistemi è notoriamente più bassa, nda). I sistemi di riconoscimento facciale sono oggi diffusi in tutto il mondo, dalle smart city asiatiche alle metropoli occidentali; nel contesto mediorientale, Israele ne ha fatto un uso particolarmente esteso nei Territori Occupati, dove tecnologie di sorveglianza biometrica, come il sistema “Blue Wolf” documentato dal Washington Post, vengono impiegate per monitorare e controllare i movimenti della popolazione palestinese.

La capillarità del sistema al centro dell’inchiesta permetterebbe alle autorità di Teheran non solo di identificare i manifestanti in tempo reale, ma anche di ricostruirne facilmente la rete di relazioni personali e di tracciarne gli spostamenti nel tempo. Secondo l’inchiesta, questa infrastruttura sarebbe stata verosimilmente utilizzata durante la brutale repressione delle proteste del gennaio 2026, in cui si stima siano state uccise decine di migliaia di persone in 48 ore.

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L'analisi di Meir Litvak, esperto di Iran

Telegiornale 05.03.2026, 20:00

L’acquisizione da parte di Teheran di FindFace non era finora una notizia di dominio pubblico, e sarebbe avvenuta attraverso una catena di società fantasma riconducibili ai Guardiani della Rivoluzione e al Ministero dell’Intelligence iraniano, con l’obiettivo esplicito di nascondere all’opinione pubblica la transazione e l’utilizzo stesso del sistema da parte del regime. Una fonte iraniana, identificata solo come “Ali” - non è chiaro se si tratti del whistleblower o di una seconda persona intervistata a corredo dell’inchiesta - ha raccontato nel dettaglio le modalità non trasparenti con cui Teheran ha acquisito il sistema di riconoscimento facciale: “non solo non utilizzano gare d’appalto pubbliche, ma sanno esattamente a quale azienda rivolgersi. I contratti includono anche una clausola di esenzione fiscale, non esistono registri o archivi. Tutte queste società fantasma collaborano tra loro”. I contratti trapelati e inclusi nell’inchiesta mostrano licenze concesse per periodi illimitati e senza alcun tetto al numero di volti archiviabili; il sistema sarebbe già attivo in metropolitane, università e spazi pubblici di Teheran e Mashhad. Alcuni video forniti dal whistleblower mostrano il software in funzione in una stazione della metropolitana di Teheran, dove ogni volto viene cerchiato in verde e catalogato sul lato destro dello schermo, insieme a età stimata, genere ed emozione rilevata, e se la persona indossa occhiali, mascherina chirurgica o ha la barba.

Il ricercatore di cybersicurezza Nima Fatemi, che ha esaminato i documenti per conto del pool di indagine, lo ha descritto come uno strumento altamente centralizzato il cui principale obiettivo sarebbe quello di scoprire come gli individui monitorati siano connessi tra loro. L’inchiesta è anche costruita attorno a storie di persone finite vittime di questa infrastruttura di sorveglianza. La storia di Mansur, ad esempio, mostra come questa tecnologia venga usata per tracciare i singoli e le loro reti: l’uomo ha infatti raccontato di come la telecamera di sorveglianza di una banca lo abbia filmato mentre distribuiva volantini di protesta, portando le forze di sicurezza a sua fino a figlia tredicenne, Hasti, che sarebbe stata arrestata a scuola. Inseguita dai servizi di intelligence, è rimasta gravemente ferita, è sopravvissuta, ma riporta danni neurologici permanenti. Ali ha anche sottolineato come “molte persone sanno che questa sorveglianza esiste, ma è solo una parte del problema. Il riconoscimento facciale e altre funzionalità che collegano gli individui in base alla loro storia di spostamenti, o alle loro relazioni reciproche, sono cose che molte persone ignorano”. Il sistema avrebbe anche una funzionalità “offline”, che concede alle autorità di “salvare qualsiasi video, scaricare qualunque contenuto dai social media, acquisire ogni tipo di dato e integrarlo. Poi possono elaborare le immagini offline per identificare ogni singola persona, senza dover schierare agenti nelle strade. Possono arrestare le persone in un secondo momento, quando la situazione si è calmata, e hanno tutte le risorse necessarie per fermarle o interrogarle”, ha dichiarato ancora Ali.

Le rivelazioni del whistleblower sulla sorveglianza di massa in atto in Iran gettano una luce ancora più fosca sulla repressione possibile in un momento di crisi, amplificato dalla guerra in corso: “È diventato ancora più difficile per il popolo iraniano potersi ribellare” ha sottolineato, ricordando come il regime non abbia nessuna intenzione di perdonare il popolo, nemmeno nel momento di estrema debolezza causato dall’aggressione israeliana e statunitense. Anzi, “Il regime in questo momento sta lottando per la propria sopravvivenza” e ha a propria disposizione gli strumenti tecnologici più avanzati per reprimere ogni forma di protesta.

*Philip Di Salvo è senior researcher e docente presso l’Università di San Gallo. I suoi temi di ricerca principali sono i rapporti tra informazione e hacking, la sorveglianza di Internet e l’intelligenza artificiale. Come giornalista scrive per varie testate.

**Forbidden Stories è un’organizzazione giornalistica no-profit con sede a Parigi che coordina inchieste internazionali in collaborazione con media di tutto il mondo, portando a termine il lavoro di giornalisti minacciati, arrestati o uccisi.

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