Nel primo episodio della serie televisiva Mad Men, il protagonista e direttore creativo di un’agenzia pubblicitaria Donald Draper rischia di perdere Lucky Strike come cliente. Il governo statunitense ha appena sancito che le aziende produttrici di tabacco non possono più pubblicizzare le sigarette come sane e Lucky Strike pretende una promozione del suo prodotto praticabile. Draper ha un’illuminazione: perché concentrarsi sui danni del fumo quando si può puntare al processo di tostatura della sigaretta?
L’episodio suscita nello spettatore dei dubbi in materia di responsabilità delle imprese. Quanta ne ha un’azienda verso i propri consumatori se questa è al corrente che il prodotto è nocivo? Restando nell’ambito del tabacco, ma abbandonando il contesto fittizio in favore di quello reale, la domanda appena posta ben incarna la tattica dell’accusa utilizzata negli anni Novanta contro le società produttrici di sigarette. Queste ultime dovettero risarcire parte dei clienti per centinaia di miliardi di dollari e rivedere le pratiche di marketing per aumentare la consapevolezza e la protezione dei consumatori.
A distanza di decenni, la linea dell’accusa è ripresa nel contesto dei social media: tre delle più grandi aziende tecnologiche al mondo affrontano questa settimana a Los Angeles un processo per aver, attraverso le loro piattaforme Instagram di Meta, TikTok di ByteDance e YouTube di Google, creato dipendenza e danneggiato deliberatamente gli utenti più giovani. Tra i danni arrecati, ansia, depressione e autolesionismo. Danni di cui l’accusa ritiene che i dirigenti delle aziende fossero al corrente.
La causa
Oggi, martedì, inizia presso la Corte superiore della contea di Los Angeles la soluzione della giuria, processo che dovrebbe richiedere almeno alcuni giorni. Al centro del caso c’è la causa presentata nel 2023 da una ragazza di 19 anni, identificata con le iniziali K.G.M., che accusa varie piattaforme social di averle creato una forma di dipendenza e di aver generato in lei ansia, depressione e problemi legati al suo corpo e alla sua immagine.
L’azienda Snap, proprietaria di Snapchat, ha già raggiunto settimana scorsa un accordo con K.G.M., senza rendere noti i dettagli. Meta, TikTok e YouTube hanno invece preferito cominciare il processo, implicando la possibilità di una comparizione in quanto testimoni dei rispettivi amministratori delegati.
K.G.M. sostiene che il suo uso dei social fin da piccola l’ha resa dipendente e ha acutizzato la depressione e i pensieri suicidi. La causa sostiene che ciò è stato fatto attraverso deliberate scelte di design da parte delle società, volte a rendere le piattaforme più avvincenti per i bambini, così da aumentare i profitti. L’argomentazione, se vincente, potrebbe aggirare il I emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, in particolare la sezione 230, che protegge le aziende tecnologiche dalla responsabilità per il materiale pubblicato sulle loro piattaforme.
“Prendendo pesantemente in prestito le tecniche comportamentali e neurobiologiche utilizzate dalle slot machine e sfruttate dall’industria delle sigarette”, afferma l’accusa, “gli imputati hanno deliberatamente incorporato nei loro prodotti una serie di caratteristiche di design volte a massimizzare il coinvolgimento dei giovani per generare entrate pubblicitarie”.
Gli aspetti nocivi
L’accusa ha identificato alcune caratteristiche specifiche dei social network, secondo loro create col fine di generare dipendenza, tra cui l’infinite scrolling, ovvero la possibilità di scorrere contenuti all’infinito, grazie alla riproduzione automatica dei video e i suggerimenti di contenuti generati dagli algoritmi.
Pure i filtri per modificare le foto sono citati come nocivi. Presenti soprattutto su Instagram e Snapchat, quelli in grado di modificare il volto di una persona sono ritenuti responsabili dall’accusa d’inasprire problemi psicologici legati al rapporto tra le persone e i loro corpi e di causare problemi quali ansia, depressione, dismorfofobia (la preoccupazione eccessiva per difetti fisici).
L’accusa dispone inoltre di vari documenti aziendali interni, che nel corso degli ultimi anni sono diventati pubblici, per provare a dimostrare una negligenza da parte dei dirigenti delle aziende, che sarebbero stati a conoscenza dei rischi.
La difesa
Le aziende tecnologiche si sono mosse in parte per contestare le accuse, mettendo in evidenza una serie di salvaguardie che hanno aggiunto nel corso degli anni e sostenendo di non essere responsabili per i contenuti pubblicati sui loro siti da terze parti.
“Recentemente, una serie di cause legali ha tentato di attribuire la colpa dei problemi di salute mentale degli adolescenti direttamente alle aziende di social media”, ha dichiarato Meta: “Questo semplifica eccessivamente un problema serio”. Nel comunicato di Meta si spinge molto sulla complessità dei problemi di salute mentale, prendendo in causa altri fattori, “come la pressione accademica, la sicurezza scolastica, le sfide socio-economiche e l’abuso di sostanze”. Altri portavoce di Google e Meta hanno fatto leva sul loro impegno nel creare degli spazi virtuali sicuri per i giovani.
TikTok, a una richiesta di commento di lunedì, non ha risposto.
Questo è solo il primo di una serie di casi che inizieranno quest’anno. Quello di K.G.M. è chiamato oltreoceano processo “bellwether” (o processo campione), un procedimento giudiziario pilota scelto tra migliaia di casi simili, che funge da “apripista” per testare la forza delle accuse e delle difese.
Un altro processo di questo tipo comincerà a giugno a Oakland, in California. Sarà il primo a rappresentare i distretti scolastici che hanno citato in giudizio le piattaforme di social media per i danni ai bambini.

La Francia contro i social media per i minori
Telegiornale 27.01.2026, 12:30









