Le elezioni parlamentari di domenica possono cambiare gli equilibri politici in Ungheria. Dal 2010 la maggioranza è detenuta dal partito populista di destra e filorusso Fidesz (Unione civica ungherese), guidato dal premier Viktor Orban; negli ultimi sondaggi, il partito filoeuropeo Tisza (Partito del Rispetto e della Libertà), al cui vertice sta Peter Magyar, fino al 2024 alleato di Orban, è però in vantaggio su quello di governo e gli elettori ungheresi hanno dato forti segnali per il cambiamento. Magyar, pur nel solco conservatore analogo a quello dell’ex compagno di viaggio, ha promesso riforme interne, lotta alla corruzione e migliori rapporti di Budapest con Bruxelles. Durante la campagna elettorale i temi chiave sono stati proprio quelli internazionali, in primo luogo quelli della guerra in Ucraina e delle relazioni tra Ungheria e Unione Europea. Ad arricchire il duello tra Orban e Magyar ci ha pensato inoltre il vicepresidente statunitense J.D. Vance, che un paio di giorni fa è arrivato a Budapest per sostenere l’attuale primo ministro, promuovendone la linea filorussa e attaccando l’UE.
L’asse Budapest-Mosca
Orban ha sempre usato una retorica aggressiva nei confronti di Kiev e ha bloccato a livello europeo il pacchetto di 90 miliardi di euro in aiuti per l’Ucraina concordato lo scorso dicembre. Bruxelles da parte sua aveva già congelato i finanziamenti per Budapest dal 2022 a causa di violazioni dello stato di diritto e della corruzione, uno dei maggiori problemi del Paese, tanto che l’Ungheria si è nuovamente classificata all’ultimo posto nell’Unione nel ranking di Transparency International del 2025. Le recenti settimane hanno visto crescere la tensione sia tra Budapest e Kiev, a causa del danneggiamento dell’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo attraverso l’Ucraina verso l’Europa centrale, sia tra Ungheria e Unione Europea, dopo che sono state rese note intercettazioni telefoniche tra il ministro degli esteri ungherese Peter Szijjarto e il suo omologo russo Sergei Lavrov.

Il premier uscente Orban, qui ripreso a Budapest in uno dei suoi ultimi meeting preelettorali
A gettare benzina sul fuoco è stata anche la notizia di un presunto patto in 12 punti, siglato a Mosca lo scorso dicembre tra Szijjarto e il ministro russo della salute Mikhail Murasko: tra le questioni concordate ci sarebbe l’impegno ad aumentare gli scambi commerciali tra i due Paesi, nonostante le sanzioni europee, e la possibilità per aziende russe di realizzare nuovi progetti nel settore dell’elettricità e dell’idrogeno in Ungheria, oltre a una più stretta cooperazione nei campi del petrolio, del gas e del combustibile nucleare. Secondo il quotidiano Politico, che ha rivelato l’intesa, il legame più stretto con la Russia non dovrà comunque contraddire gli obblighi dell’Ungheria derivanti dall’adesione all’UE.
L’aiuto statunitense
Se dunque è evidente come il Cremlino speri e si prodighi per la riconferma di Orban, non è stata certo nemmeno una sorpresa l’arrivo di Vance a Budapest, dopo che qualche settimana fa lo stesso Donald Trump si era augurato la vittoria del leader di Fidesz. Non solo: accanto al supporto politico della Casa Bianca alla vigilia del voto, l’attuale governo ungherese e gli USA hanno concluso accordi nei settori dell’energia, della tecnologia e della difesa per oltre 21 miliardi di dollari. In questo contesto, la compagnia petrolifera ungherese Mol acquisterà 510’000 tonnellate di petrolio greggio per 500 milioni di dollari (circa 427 milioni di euro) da società energetiche a stelle e strisce. Inoltre l’intesa include anche l’acquisto di sistemi missilistici americani Himars per un valore di 700 milioni di dollari e un accordo relativo all’integrazione delle relative tecnologie di comunicazione. In più è stato firmato un patto tra la società statunitense Westinghouse e quella ungherese Mvm per indagare su come la tecnologia made in USA possa essere utilizzata per prolungare la vita operativa della centrale nucleare ungherese di Paks I, che utilizza ancora tecnologia sovietica. Il governo di Orban, tra gas, petrolio e nucleare, ha continuato a dipendere parzialmente dall’energia russa e lo scorso anno ha ottenuto un’esenzione dagli Stati Uniti che ha permesso all’Ungheria di acquistare idrocarburi nonostante le sanzioni.
La tattica di Magyar
Al contrario, Magyar, probabile successore di Orban in caso di vittoria, punta a ridurre gradualmente la dipendenza dell’Ungheria da Mosca entro il 2035, anche se le ambizioni sono comunque lontane dall’obiettivo dell’UE di eliminare gradualmente le importazioni di gas naturale russo entro il 2027: la crisi energetica attuale, aggravata dalla nuova guerra in Medio Oriente, lascia poi molto aperti gli scenari futuri, con le stesse decisioni di Bruxelles che potranno essere riviste. Al di là degli specifici temi energetici, che in campagna elettorale sono stati cavalcati soprattutto dal premier in carica, lo sfidante si è concentrato principalmente sulla promessa di combattere la dilagante corruzione in Ungheria, di ripristinare lo stato di diritto e la democrazia, e sbloccare i finanziamenti dell’Unione.
Anche Tisza però si oppone alla rapida integrazione dell’Ucraina nella casa europea e mantiene la sua attuale linea sulla dura politica migratoria. Magyar in politica interna ha fatto delle precarie condizioni del sistema sanitario ungherese un tema centrale della sua campagna elettorale e ha promesso di rinnovare le infrastrutture parzialmente fatiscenti e di intensificare gli sforzi per la riduzione della povertà. A decidere la sfida saranno con grande probabilità gli elettori che non hanno ancora deciso per chi votare, calcolati in un’ampia forbice tra il 20% e il 30%. Chi tra Orban e Magyar riuscirà a mobilitarli può sperare così nella conferma dei sondaggi o nel loro ribaltamento.

Ungheria, gli USA in soccorso a Orban
Prima Ora 07.04.2026, 18:00









