Salute

Il risveglio dal coma e le parole che curano 

Al Cardiocentro l’introduzione di un diario per medici e infermieri in cure intense permette ai pazienti di meglio elaborare l’esperienza dopo la sedazione – La storia di Mirko

  • Oggi, 18:15
  • Oggi, 18:16
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Nel buio del coma, un diario per te

Laser 14.01.2026, 09:00

  • Tipress
  • Barbara Camplani
Di: red. giardino di Albert/Matteo Martelli  

Ogni anno in Svizzera oltre 2’000 persone finiscono in coma. Poco più della metà di loro sopravvive. L’esperienza post risveglio può essere però molto pesante, con strascichi importanti a livello fisico e psicologico, conseguenze che prendono il nome di sindrome da post terapia intensiva.

Per aiutare i pazienti a superare questa difficile condizione, alcuni ospedali stanno introducendo l’uso di diari narrativi nel percorso di cura. Si tratta di quaderni lasciati al posto letto in cui infermieri, medici, fisioterapisti, familiari e amici possono scrivere raccontando al paziente cosa avviene attorno a lui giorno per giorno.

La testimonianza di Mirko

Il valore terapeutico di questa pratica innovativa emerge dalle parole di Mirko Achermann, fra i protagonisti del documentario radiofonico “Nel buio del coma, un diario per te”, diffuso da Laser, Rete Due. “Grazie al diario ho capito che non ero solo un pezzo di carne, ma mi spiegavano cosa mi veniva fatto e perché. Mi incitavano, spesso si legge ‘Forza Mirko’. Questo mi ha aiutato ad accettare quello che è successo”, racconta Mirko ai microfoni di Barbara Camplani. 

Mirko Achermann

Mirko Achermann

  • RSI - Prima Ora

Mirko racconta di essere stato ricoverato per Covid-19 nel gennaio 2021, finendo intubato per tre mesi. “Mi sono risvegliato il 23 marzo, come se avessero spento una lampadina, riaccesa dopo tre mesi. Non sapevo né cosa mi avessero fatto, né cosa era successo. I miei genitori nel frattempo erano deceduti”.

Buongiorno Mirko, sono ancora Stefania l’infermiera di ieri. Oggi ho visto sua moglie, l’ho contattata tramite una videochiamata e con il tablet in mano mi sono avvicinata al suo letto. Le sue palpebre si sono mosse. Sono sicura che l’ha sentita.

Stefania, infermiera di terapia intensiva

Inizialmente, Mirko non voleva leggere il diario. “Mi faceva paura sapere cosa mi avessero fatto”, confessa. Ma dopo averlo letto più volte, ha deciso di condividere la sua esperienza creando un blog online per mettersi in contatto con altre persone che hanno vissuto esperienze simili. La sua storia di recente è stata raccontata anche a Prima Ora, alla RSI.

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Un aiuto nei diari terapeutici

Prima Ora 13.01.2026, 18:00

I benefici della medicina narrativa

A confermare il successo dei diari narrativi c’è anche la testimonianza di Sergio Calzari, infermiere che ha contribuito a implementare questa pratica per la prima volta in Canton Ticino dal reparto di cure intense del Cardiocentro a Lugano: “Alcune persone hanno detto che nei momenti in cui si sentono giù la lettura del diario li aiuta a tornare di buon umore”, racconta. “Praticamente tutti hanno detto che col diario hanno capito cosa gli è successo e questo li ha aiutati a dare un nuovo senso alla vita”.

Un estratto dal diario di Mirko Achermann: la scrittura è empatica e in prima persona

Un estratto dal diario di Mirko Achermann: la scrittura è empatica e in prima persona

  • Per gentile concessione di Mirko Achermann

Al contempo, la scrittura può essere di grande aiuto terapeutico per i familiari, che nel diario trovano un interlocutore a cui rivolgersi durante i momenti più difficili. “A volte ci chiedono fogli da portare a casa e ce li riportano compilati, dicendo di averne tratto benefici”, aggiunge l’infermiere.

L’umanizzazione delle terapie

L’idea del diario narrativo nasce negli anni ‘80 nei paesi scandinavi con l’obiettivo di aiutare il paziente a ricostruire cosa è successo nel periodo in cui era sedato. Negli anni ’90 la pratica del diario si diffonde nel Regno Unito, per raggiungere successivamente la Svizzera, la Germania, l’Italia e il Portogallo. Questa pratica terapeutica, ora in uso pure alla Clinica Moncucco, rispecchia la volontà diffusa di rendere le cure mediche più umane grazie a piccoli ma significativi gesti di attenzione alla persona nella sua interezza.

 “Non posso salvare la vita di una persona demolendo tutto il resto”, conclude Sergio Calzari. L’esperienza dei diari narrativi dimostra che i bisogni della persona non solo solo fisici: poter riempire quelle pagine bianche della memoria lasciate vuote durante la sedazione è un diritto di ogni paziente. Un passo importante per promuovere l’umanizzazione delle cure anche nei reparti di terapia intensiva.

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