Guardatevi allo specchio. Sotto le labbra c’è una piccola sporgenza ossea. Il mento. Lo diamo spesso per scontato, eppure questa nostra caratteristica è unica nella nostra specie. Nessun altro primate, neppure i nostri parenti più stretti come gli scimpanzé, possiede un vero mento.
Da anni gli scienziati cercano di capire come si sia evoluto. A cosa è servito? Per masticare meglio? Per parlare? È comparso come effetto collaterale di altri cambiamenti del volto? Di recente un gruppo di ricercatori dell’Università di Buffalo negli Stati Uniti ha realizzato uno studio in cui cerca di trovare una risposta a queste domande attraverso un’analisi evolutiva dettagliata della mandibola umana. La ricerca è apparsa sulla rivista scientifica PLOS ONE.
Tre primati a confronto: a differenza di gorilla e scimpanzé, l'essere umano (al centro) possiede un mento
In cosa consiste lo studio
Il mento è una proiezione ossea nella parte anteriore della mandibola. Negli anni sono state proposte diverse spiegazioni per la sua origine. C’è chi ha ipotizzato un ruolo nella masticazione, chi nel linguaggio, chi nella selezione sessuale. Lo studio sottolinea però che finora nessuna di queste ipotesi ha ricevuto un forte supporto empirico.
Per poter riuscire a comprendere meglio la questione, i ricercatori hanno confrontato le caratteristiche del cranio e della mandibola negli ominidi (le grandi scimmie e gli umani). I ricercatori in particolare hanno ipotizzato che lo sviluppo del mento possa essere passato da tre possibili scenari. Il primo consiste in segni di evoluzione neutrale, dove i tratti cambiano nel tempo per caso, senza dare né vantaggi né svantaggi. Il secondo risponde a una selezione diretta, dove il tratto viene favorito perché utile (migliora per esempio una funzione). Come terzo hanno invece cercato nei tratti del mento tracce di selezione indiretta come sottoprodotto di altri cambiamenti. In quest’ultima situazione il tratto compare come conseguenza di cambiamenti in altre parti del cranio.
Per poterlo fare hanno usato dei modelli statistici che permettono di stimare quanto velocemente e in che modo sono cambiati nel tempo i tratti della mandibola. Hanno perciò usato i metodi quantitativi per stimare i tassi di cambiamento morfologici lungo la linea evolutiva umana.
Il nuovo umano
Il giardino di Albert 01.11.2025, 17:00
Cosa dicono i risultati
I risultati mostrano che lungo l’evoluzione umana è avvenuta una selezione direzionale su vari tratti del cranio e della faccia. La selezione direzionale indica il processo evolutivo in cui una caratteristica tende a spostarsi progressivamente in una certa direzione perché quella variante viene favorita nel tempo.
Nonostante questo, però, su nove tratti mandibolari legati al mento solo tre mostrano segni di selezione diretta e invece sei risultano neutrali o sotto selezione indiretta.
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Il mento come sottoprodotto evolutivo
I risultati sono coerenti, dunque, con l’idea che il mento sia uno sprandel, cioè una caratteristica nata come sottoprodotto di altri cambiamenti e non selezionata direttamente.
Lo studio afferma che la forma del mento umano si sarebbe sviluppata soprattutto come conseguenza indiretta di altri processi evolutivi, come la riduzione dei denti anteriori e i cambiamenti cranio-facciali associati al bipedismo negli ominidi. Il mento potrebbe dunque non essere comparso per uno specifico scopo. Gli autori però sottolineano che nonostante nel loro studio non supportino l’idea che il mento sia comparso per resistere alle forze della masticazione né che sia stato selezionato direttamente per il linguaggio o l’attrazione sessuale, non significa che oggi non abbia un ruolo funzionale. Semplicemente, la sua origine evolutiva potrebbe essere stata indiretta.
Lo studio di PLOS ONE dice quindi che il mento umano va visto come parte di un quadro più ampio. L’evoluzione del volto avrebbe progressivamente modificato la geometria della mandibola fino a produrre la tipica sporgenza.
Il mistero del mento
RSI Info 17.02.2026, 07:20
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