L’esperienza religiosa sta attraversando una trasformazione profonda, mediata da algoritmi e, sempre più spesso, da sistemi di intelligenza artificiale. Il fenomeno è stato al centro di una conferenza presso la facoltà di teologia di Lugano, dove esperti e ricercatori hanno analizzato il confine tra pratica religiosa digitale e derive estremiste. L’obiettivo dell’incontro: approfondire come riti, credenze e pratiche vengano oggi declinati nell’infosfera, nonché il rischio che queste nuove tendenze siano strumentalizzate per radicalizzare i credenti.
Il panorama europeo: l’età della radicalizzazione si abbassa
I dati diffusi dall’ultimo rapporto Europol tracciano un quadro complesso: nel 2024 sono stati 58 gli attacchi compiuti in Europa. In Svizzera sono stati aperti 140 procedimenti per terrorismo.
Secondo il direttore del dipartimento di sociologia dell’Università Cattolica Marco Lombardi, il dato più allarmante riguarda l’età dei soggetti coinvolti. “Secondo Europol, Il 43% degli indagati è fra i 20-30 anni”, spiega. “Ma noi che seguiamo i percorsi di radicalizzazione vediamo che queste domande di radicalizzazione insistono su giovani che hanno 12-15 anni. Negli ultimi mesi in Italia abbiamo arrestato diversi teenager”.
In questo contesto, i social media fungono da acceleratori: gli algoritmi, strutturati per confermare le credenze dell’utente, creano “bolle” che rendono le reazioni violente meno prevedibili e più difficili da monitorare rispetto alle vecchie strutture ideologiche organizzate.
“Gli algoritmi dei social media aiutano i giovani a trovare una soluzione violenta, che dunque è anche meno prevedibile”, mentre in passato le ideologie promuovevano “gruppi che lasciavano tracce”, dichiara Lombardi. “Uno si alza più arrabbiato del solito” e sui social “ha la sua cerchia che lo incita: vai avanti tu, colpisci. Questo è di difficile previsione”.
La situazione in Ticino: comunità isolate ma non violente
Per capire se il rischio sia reale anche in Ticino, già l’anno scorso l’istituto religione e teologia dell’USI aveva monitorato per sei mesi il mondo religioso online: circa 500 profili di comunità diverse, oltre 5’000 contenuti analizzati.
I risultati sono stati rassicuranti anche se spiccava l’assenza di interazione interreligiosa. “Si tratta di comunità abbastanza impermeabili l’una rispetto all’altra”, ha dichiarato Adriano Fabris, direttore dell’istituto.
La vera sfida per il futuro della fede sembra però risiedere nell’intelligenza artificiale. Per la prima volta, l’essere umano ha la possibilità di dialogare con un’entità non umana percepita come “potente” o onnisciente. “Con l’intelligenza artificiale possiamo dialogare con qualcuno che percepiamo più potente di noi, solo che è artificiale”, spiega Fabris.
Il rischio è che l’IA possa sostituire il confronto umano e spirituale tradizionale, offrendo un conforto 24 ore su 24 che però, per sua natura, tende a assecondare l’utente. Questa costante conferma delle proprie opinioni potrebbe diventare, in prospettiva, un nuovo e insidioso veicolo di radicalizzazione.









