L’anniversario

I dolori del non più giovane Zuckerberg

Facebook compie vent’anni, mentre i social media sono accusati di istigare al suicidio e intossicare la mente degli adolescenti - La ricercatrice dell’USI: “Bisogna educare, non vietare”

  • 4 February, 08:30
  • 5 February, 07:13
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Il CEO di Meta Mark Zuckerberg, lo scorso 31 gennaio, sentito in audizione dalla Commissione giudiziaria del Senato a Capitol Hill

  • Keystone
Di:Stefano Pianca

Da tempo non è più il social preferito dai giovani, eppure – come un elefante tra savana e cristalleria - resta il bersaglio grosso delle critiche. Vent’anni fa, il 4 febbraio 2004, nasceva Facebook, ma per il suo creatore, il CEO di Meta Mark Zuckerberg, questi sono i giorni dell’autodafé. Messo alle strette dal Congresso americano e dai parenti delle vittime imputabili ai social media, il 39enne si è scusato per “tutto quello che le vostre famiglie hanno sofferto”. Quasi in contemporanea il sindaco di New York Eric Adams ha paragonato FB e i suoi fratelli a “una tossina ambientale”, definendoli un “pericolo per la salute pubblica”. Se non il Male assoluto, poco ci manca.

Ma davvero i social media, come alcol e fumo, sono diventati una minaccia per la salute mentale degli individui? Lo abbiamo chiesto ad Anne-Linda Camerini, docente e ricercatrice all’Istituto di salute pubblica della Facoltà di scienze biomediche dell’USI a Lugano e responsabile del gruppo MEDIATICINO. “Sappiamo - premette la professoressa - che negli Stati Uniti esiste una forte componente contro i social e il digitale in genere. Una tendenza, potremmo dire, proibizionistica. In Europa non siamo a questo punto, tantomeno in Svizzera dove prevale la responsabilità del singolo. Tornando alla sua domanda, dobbiamo differenziare: che i social siano un problema o un pericolo per alcuni, sì. Che siano invece un problema di salute pubblica, quindi con effetti su gruppi o sull’intera popolazione direi di no. Perché manca innanzitutto l’evidenza scientifica. Ci vedo piuttosto l’ingrandimento di un problema”.

Può spiegarci cosa intende?

“Sappiamo che le cattive notizie sono sempre più presenti sui media e, come tali, si diffondono più velocemente. In questo contesto, di recente, è stata formulata la cosiddetta ‘ipotesi dell’inflazione della salute mentale’, ovvero più se ne parla, più le persone hanno la percezione che la salute mentale sia importante e gli aspetti negativi ad essa legati siano un problema da affrontare. C’è quasi una tendenza all’autodiagnosi, ciò che in sé non è un male perché può esserci veramente un malessere e tematizzarlo è un modo per superare che lo stigma ad esso correlato e chiedere aiuto. Ma in altri casi un semplice disagio viene interpretato come un problema grandissimo. Ciò porta a un certo allarmismo basato su gravi casi singoli, come ad esempio i giovani che si sono feriti o addirittura suicidati ‘a causa’ dell’uso dei social media. Ma questi sono casi rari e spesso complessi. Inoltre il fenomeno viene ingigantito anche da quegli studi trasversali che mettono in relazione l’uso dei social media e la salute mentale, senza però fare distinzione su cosa causa cosa”.

Qual è la pecca di questi studi trasversali?

“Il fatto che alle persone venga chiesto come si sentono oggi, se bene o male, e contemporaneamente se oggi hanno usato i social. Ma la realtà è molto più complessa e le domande andrebbero ripetute nel tempo tramite studi longitudinali. Questo ci permette di capire se l’uso dei social ha un effetto sul malessere delle persone o, viceversa, se sono una via di fuga, una fonte di informazioni e di sostegno sociale per gestire un proprio malessere. Insomma, per capire qual è l’uovo e quale la gallina”.

Come quando al tempo della pandemia si distingueva tra ‘è morto di o con il Covid”, si può morire di social media oppure essi sono ‘solo’ un elemento di un disagio adolescenziale che già esiste?

“Questa domanda riprende il concetto di social media come epidemia. Qualcosa che vediamo anche nel caso dell’infodemia, ossia la diffusione non controllata e pericolosa di false informazioni online. Non ci sono dati scientifici robusti per concludere che i social media siano la causa di problemi di salute o addirittura di morte (proprio perché ancora prevalgono studi trasversali, e i rari studi longitudinali hanno dimostrato effetti piccoli, quasi nulli)”.

E quindi?

“Secondo me, sarebbe più corretto parlare di ‘è morto con i social media’, per quei casi in cui le persone sono più vulnerabili ai rischi dell’online, ad esempio tra gli adolescenti, i gruppi di minoranza o gli individui in contesti familiari e socio-economici problematici. Penso al cyberbullismo e ai danni di chi è percepito come persona con difetti e viene preso di mira dai coetanei. Un problema acuito dal fatto che c’è chi non ha risorse, ad esempio alcune famiglie, per proporre attività alternative e ‘togliere’ i giovani dagli schermi. Ma anche per contribuire all’educazione consapevole dei social media e per esserci quando il giovane si trova in difficoltà e ha bisogno di aiuto”.

In una graduatoria, in termini di diffusione, quali sono gli effetti collaterali più negativi dei social media?

“In Svizzera possiamo basarci sul rapporto JAMES, in cui vengono ogni due anni raccolti dati sull’uso dei media digitali, inclusi i social media, da parte dei giovani tra 12-19 anni. Secondo l’ultimo rapporto, il problema più diffuso – al 47% e in chiaro aumento con l’età - è ‘essere stata/o contattata/o da una persona sconosciuta con richieste indesiderate a sfondo sessuale’. Il fenomeno è notevolmente più diffuso tra le ragazze (60% contro il 33% di ragazzi)”.

Esiste però anche una responsabilità degli stessi social media?

“Certamente, i social media contribuiscono ai disagi giovanili sia per i contenuti online sia per gli algoritmi che portano i giovani vulnerabili a essere maggiormente esposti a contenuti problematici. In questo caso è giusto criticare le piattaforme come Meta e chiedere loro di prendere ulteriori misure per mitigare il problema. Ad esempio, essere più trasparenti ed evitare quegli algoritmi, ma anche monitorare ed eliminare i contenuti illegali e filtrare in base all’età degli utenti”.

I social come “I dolori del giovane Werther”, il romanzo di Goethe che all’epoca avrebbe fomentato tra i lettori i suicidi per amore?

“Esattamente questo, con la diffusione del tema arriva la paura. Naturalmente durante la pubertà il giovane si trova in una fase in cui è particolarmente vulnerabile. È il momento in cui deve trovare la propria identità, orientandosi verso i suoi pari e cambiando anche una parte della propria rete sociale. In questo contesto la probabilità di trovarsi in situazioni pericolose e difficili da gestire è più elevata. Per questo è giusto fornire un aiuto, ma non vietare completamente”.

Secondo lei andrebbe incentivato un uso dei social con l’accompagnamento di adulti, e penso ai genitori? Un po’ come quando si impara a guidare l’auto, con un maestro accanto? O è una visione naïf?

“Il paragone della licenza di condurre viene fatto spesso, anche nel contesto del possesso di uno smartphone, che del resto è il principale dispositivo con cui i giovani accedono ai social. Sono d’accordo che ci voglia un’educazione all’uso consapevole del cellulare e dei social media, che includa una maggiore conoscenza dei possibili rischi (ad es. i contenuti e i contatti pericolosi, la dipendenza dai social, i problemi di privacy, eccetera). Altrettanto importante è la capacità di riconoscere i rischi e i sintomi e saperli gestire, chiedendo aiuto agli adulti se necessario”.

Questa educazione all’uso consapevole dei social a chi spetta?

“È sia un compito delle famiglie, per le quali esistono momenti informativi e altre proposte. All’Ideatorio di Cadro abbiamo appena svolto un workshop dal titolo ‘Siamo connessi’, in cui i genitori e i figli hanno potuto ragionare insieme sull’uso dello smartphone (presto, il 9 marzo, l’occasione verrà riproposta, vedi il sito, ndr). Ed è sia un compito della scuola. In questo ambito, in Ticino, il Centro di risorse didattiche e digitali del DECS è molto attivo e collabora con diversi enti sul territorio per proporre attività adatte ai giovani nelle scuole elementari e medie. Ci sono, ad esempio, il Teatroforum, le attività proposte da Media in Piazza e la formazione e l’aiuto offerto dal Gruppo Visione Giovani della Polizia cantonale”.

I social, secondo lei, sono attrezzati per accompagnarci ancora a lungo o, come tutte le attività umane, è possibile che passino di moda in un futuro non troppo lontano?

“Se potessi guardare il futuro – conclude con il sorriso la docente -. È difficile prevederlo, oggi ci sono e nel breve periodo saranno ancora una parte importante della nostra vita, soprattutto tra i giovani. Molto dipenderà anche se e da quando ci ritroveremo nei vari metaversi che annunciano altre forme di socializzazione”.

Potrebbe quindi anche diventare peggio, ma la buona notizia è che non sarà per domani.

Meno soli e più felici, il lato positivo dei social media

Gli aspetti positivi dei social media sono stati indagati dallo studio HappyB. Il progetto, finanziato dal Fondo Nazionale Svizzero e svolto in collaborazione con l’USI di Lugano e il Lee Kum Sheung Center for Health and Happiness dell’università di Harvard a Boston, si è basato sulle risposte di circa 1’600 studenti, con un’età media di 16 anni, provenienti da quattro licei ticinesi. “I social media hanno un impatto positivo sul benessere quando le attività svolte sono associate alla socialità e consentono ai giovani di incrementare la propria rete sociale”, commenta Laura Marciano, attualmente ricercatrice ad Harvard e coordinatrice di HappyB.

Lo studio, di cui qui forzatamente citiamo solo alcuni risultati, ha evidenziato l’impatto positivo che possono avere i social media sui giovani adolescenti. In particolare è emerso che fare o ricevere videochiamate è correlato positivamente con il loro benessere. L’“invidia” sembra correlarsi positivamente con il benessere attraverso affermazioni del tipo “sui social media, se noto che una persona è messa meglio di me… mi sento ispirato/a e cerco di migliorarmi” o “se noto che sono messo/a meglio degli altri in qualcosa… mi sento di ispirazione per gli altri e cerco di aiutare gli altri a migliorarsi”. Tra le esperienze sociali online associate positivamente al benessere dei giovani si trovano anche: “Appartenere a gruppi di persone con interessi simili”; “quando la persona si sente sola, avere persone con cui parlare”; “essere incoraggiato/a da qualcuno quando sentiva di voler mollare”.

Tutto ciò porta la ricercatrice a sottolineare come “il mondo online può rappresentare un’estensione del mondo offline e delle relazioni reali, con tutti i pro e i contro. Per cui è difficile dire ‘i social media fanno bene o male’, ma dipende dall’utilizzo da parte del giovane”.

Il Faro

Telegiornale 20:00 di sabato 03.02.2024

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