Nel mare magnum delle notizie che riguardano l’intelligenza artificiale, due ci allontanano dall’entusiasmo acritico in cui è facile cadere parlando di IA e del suo impiego: l’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV (25 maggio) e la quotazione in borsa di SpaceX (12 giugno). Un accostamento solo in apparenza blasfemo: Papa Prevost parla al cuore, lo Stock Exchange al portafoglio, ma per entrambi lo sviluppo dell’IA è una questione che deve - o può - riguardare tutti, o per lo meno tanti (gli investitori). A chi dobbiamo allora dare fiducia? Per rispondere a questa domanda cruciale, ci può essere d’aiuto lo sguardo critico di una giornalista come Karen Hao.
Karen Hao, perché nel suo libro Empire of AI definisce OpenAI e altre aziende tech come “imperi”?
Le definisco imperi perché consumano una quantità straordinaria di risorse – dati, territorio, energia, acqua – per sviluppare le loro tecnologie, accumulandole e sottraendole alle comunità globali. La gente spesso ignora l’enorme lavoro umano dietro l’IA. Ogni interazione con un modello come ChatGPT dipende da migliaia di lavoratori che lo hanno addestrato e da altri che moderano i contenuti per evitare discorsi d’odio. A Nairobi, ho incontrato moderatori assunti da OpenAI che hanno subito gravi traumi psicologici a causa dell’esposizione costante a contenuti tossici. Questo li ha portati a isolarsi, a sviluppare ansia e sintomi simili al disturbo post-traumatico da stress, distruggendo anche le loro famiglie.
Ma non abbiamo bisogno di “imperi” per sviluppare l’IA su larga scala?
Assolutamente no. La comunità open source lo ha dimostrato, replicando le capacità di questi “imperi” con molte meno risorse e in tempi rapidi. La crescita smisurata delle grandi aziende del settore serve solo a giustificare un accumulo di capitali e risorse senza precedenti nella storia industriale. Dobbiamo rifiutare l’idea che solo un ristretto gruppo di corporation possa liberare il vero potenziale dell’IA.
Cosa possiamo fare al riguardo?
Possiamo fare molto. Non siamo solo consumatori; siamo lavoratori, fornitori di dati, residenti le cui comunità ospitano data center. Le proteste contro i data center hanno già bloccato progetti per oltre 100 miliardi di dollari. Artisti e scrittori fanno causa per violazione della proprietà intellettuale, genitori per i danni psicologici ai figli, i consumatori boicottano prodotti non etici. Agire nel proprio quartiere, al lavoro, a scuola, o persino con il proprio medico, sono tutti modi per riprendere il controllo e modellare un futuro dell’IA più responsabile.
Dal suo punto di vista, l’approccio europeo del “regolare prima, poi sviluppare” è dunque valido, nonostante le critiche degli ambienti tecnologici?
Le regolamentazioni europee sono estremamente importanti. Tuttavia, trovo che all’Europa manchi ancora una visione robusta per un modello alternativo di sviluppo dell’IA. Non basta opporsi a ciò che non vogliamo; dobbiamo anche definire cosa vogliamo costruire. L’Europa deve articolare una visione chiara di un’IA sostenibile, che tuteli i diritti umani e dei lavoratori. Solo con finanziamenti concreti verso questo percorso alternativo, potrà guidare l’intero ecosistema lontano dalle attuali derive estrattive e sfruttatrici.
Chi è Karen Hao
Karen Hao è una giornalista e autrice pluripremiata, riconosciuta come una delle voci più incisive nel panorama dell’intelligenza artificiale. Il libro citato nell’articolo - Empire of AI - su OpenAI e l’industria statunitense dell’IA è subito diventato un bestseller del New York Times.
Con una formazione in ingegneria meccanica al MIT, la rivista Time l’ha inclusa nella sua lista TIME100 AI, sottolineando il suo ruolo nel plasmare la comprensione pubblica dell’IA. Hao co-conduce il podcast della BBC The Interface e fa parte del gruppo che ha creato l’AI Spotlight Series del Pulitzer Center, un programma di formazione per giornalisti. Collabora con The Atlantic e in passato ha lavorato per The Wall Street Journal e MIT Technology Review

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