Gli ultimi sei mesi della sua missione diplomatica in Svizzera sono stati i più duri e anche controversi. L’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, che ha lasciato l’incarico a fine giugno per raggiunti limiti di età, è tornato a parlare della tragedia di Capodanno a Crans-Montana. In un’intervista a Keystone-ATS ha parlato delle tensioni tra Svizzera e Italia, delle incomprensioni sul modo di condurre l’inchiesta ma anche del rispetto reciproco tra i due Paesi.
Ambasciatore, dal 1° gennaio la giustizia vallesana è stata oggetto di aspre critiche, in particolare da parte dell’Italia.
“In sei mesi ha svolto un lavoro per il quale normalmente occorre un anno, mi hanno riferito gli avvocati. Per questo non posso che ringraziare la procuratrice generale, la sua vice e il loro team”.
Eppure ci sono state diverse polemiche...
“In Italia l’opinione pubblica ha reagito sulla base di criteri italiani, e non in base alle procedure vigenti in Svizzera. Sono state sollevate domande sul mancato sequestro immediato dei telefonini e dei fascicoli comunali, nonché sul fatto che agli accusati sia stato permesso di continuare a comunicare tra loro. Ciò ha suscitato grande preoccupazione. In questo caso le norme del diritto svizzero sono però state rispettate rigorosamente e, secondo le autorità vallesane, non è andato perso alcun elemento di prova”.
E poi c’è stato il suo richiamo da Berna dal 24 gennaio al 6 aprile...
“Il rilascio di Jacques Moretti da parte del Tribunale delle misure coercitive ha sconvolto l’opinione pubblica, il governo, l’opposizione e i familiari delle vittime. Il dissenso è stato unanime. Il mio richiamo a Roma è stato una protesta energica contro questa decisione. L’Italia, tuttavia, non ha mai chiesto che il gestore del bar venisse nuovamente arrestato, e il governo italiano non ha mai avuto l’intenzione di strumentalizzare la questione a fini politici o elettorali”.
Nel frattempo questa prima fase della crisi si è placata.
“Il 25 marzo i procuratori del Ministero pubblico vallesano e i magistrati della procura di Roma si sono incontrati a Sion. Sono riusciti ad avviare una collaborazione efficace e rafforzata, avvalendosi degli stessi strumenti della squadra investigativa congiunta che avevamo richiesto. Inoltre, il 2 aprile, quattro giorni prima del mio ritorno a Berna, il governo ha organizzato un incontro con le famiglie delle vittime italiane per ottenere il loro consenso al mio ritorno a Berna. È per questo che sono tornato - con il mandato di seguire da vicino l’evoluzione del dialogo tra i governi e le autorità giudiziarie dei due paesi e di continuare a essere a disposizione delle famiglie delle vittime”.
Chi ritiene responsabile della tragedia?
“Sarà la giustizia a chiarire le responsabilità. Ma ci sono diversi fatti evidenti: un bar con uscite d’emergenza bloccate, una scala interna di accesso limitato, materiale espanso infiammabile, l’assenza di un sistema d’allarme e di qualsiasi misura di sicurezza, nonché personale costretto a servire bottiglie di champagne con candeline pirotecniche che sfioravano quasi il soffitto. Non è stato fatto nulla per impedire questa tragedia. In Italia i principali responsabili rischierebbero da cinque a dieci anni di carcere. Se alla fine le pene risultassero troppo lievi - anche se conformi al Codice penale svizzero - in Italia si avrebbe la sensazione che alle vittime non sia stata fatta giustizia”.
L’ondata di solidarietà è stata più forte in Italia che in Francia.
“La differenza è di natura culturale. In Italia si tende a condividere i propri sentimenti sia nella gioia che nel dolore. Inoltre, siamo una nazione molto legata alla famiglia e ai bambini. Per questo c’è stata un’enorme ondata di solidarietà e grande partecipazione, anche nei media, e tutta l’Italia si è stretta attorno alle famiglie delle vittime per alleviare il loro dolore. In altri paesi si elaborano i sentimenti in modo più intimo e si avverte meno il bisogno di condividere il proprio dolore”.
Anche l’invio di copie delle fatture a tre famiglie italiane ha messo a dura prova i rapporti tra i due Paesi.
“In Svizzera è prassi inviare copie delle fatture affinché gli assicurati conoscano l’entità dei costi. La Confederazione aveva chiesto a tutti gli ospedali di non inviare tali copie, per non gravare ulteriormente sulle famiglie. L’ospedale vallesano lo ha fatto per errore, ma con buone intenzioni. Non si può biasimarlo per questo, poiché i suoi medici e il personale infermieristico hanno salvato vite umane. In Italia abbiamo un sistema sanitario universale: nessuno paga né riceve fatture per le cure ospedaliere. Anche su questo punto siamo stati rassicurati dopo gli incontri del presidente della Confederazione Guy Parmelin con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la premier Giorgia Meloni e il ministro degli esteri Antonio Tajani: né alle famiglie italiane né allo Stato italiano verranno inviate fatture o richiesti rimborsi. Faremo lo stesso per i due cittadini svizzeri che sono stati trasferiti e ricoverati a Milano”.
Sei mesi dopo l’incendio l’Italia adotta un tono conciliante. Secondo Lei, quindi, non sono stati superati dei limiti?
“Nel vostro paese vivono circa 900’000 italiani, persone con doppia cittadinanza e naturalizzati. Facciamo parte della società svizzera e qui ci sentiamo un po’ come a casa nostra. In Italia gli svizzeri godono di grande stima e sono ben accolti: ne è prova il fatto che in nessun momento si sono verificati episodi di intolleranza in relazione al tragico incendio di Crans-Montana”.
Notiziario delle 11.00 del 30.06.2026









