Anche nel 2025 i conti federali hanno chiuso meglio del previsto. La Confederazione stimava infatti un disavanzo di 815 milioni di franchi, ma il consuntivo ha registrato un’eccedenza di 259 milioni, che equivale ad uno scarto di oltre un miliardo con il preventivo. Determinante, come dichiarato dal Consiglio Federale, l’aumento temporaneo delle entrate dall’imposta sull’utile di Ginevra, che ha portato 1,5 miliardi supplementari nelle casse federali. Nonostante ciò, il Governo ha avvertito che dal 2027 al 2029 sono previsti deficit strutturali tra i 2 e i 4 miliardi, rendendo necessari il pacchetto di sgravio 27 e l’aumento dell’IVA di 0,8 punti per finanziare esercito e sicurezza.
Il punto, però, non è il risultato del 2025, bensì che la Confederazione - salvo la parentesi pandemica - tende sistematicamente a formulare previsioni più pessimistiche rispetto ai risultati effettivi. Perché?
Negli ultimi undici anni la Svizzera ha “sbagliato” otto volte per difetto
Come accennato, negli ultimi dieci anni la Confederazione ha quasi sempre chiuso i conti meglio di quanto previsto. Tra il 2015 e il 2019 le entrate sono state sistematicamente sottostimate. Nel 2017 si prevedeva un piccolo deficit, ma l’anno si chiuse con un’eccedenza di quasi tre miliardi grazie all’imposta preventiva. La stessa dinamica si è ripetuta nel 2018, con un risultato superiore alle attese, così come nel 2019 quando il consuntivo ha superato le stime di 2,4 miliardi grazie al buon andamento economico.
L’unica vera inversione di tendenza è stato il triennio dal 2020 al 2022. Durante la pandemia, aspetti come l’imprevedibilità delle spese straordinarie come il lavoro ridotto, aiuti ai casi di rigore e il calo delle entrate, hanno prodotto scostamenti negativi, con il 2020 che ha registrato un differenziale record di -16,1 miliardi rispetto al preventivo. Dal 2023, tuttavia, la tendenza a sottostimare si è ripresentata, con un consuntivo che è stato migliore di 3,4 miliardi rispetto alle stime. Il biennio successivo non è poi stato da meno: nel 2024 e nel 2025 i conti hanno superato le aspettative iniziali.
La spiegazione: prudenza e freno all’indebitamento
Per capire possibili motivazioni dietro questa ricorrenza, abbiamo interpellato Fabrizio Mazzonna, professore di Economia all’USI e direttore dell’Istituto di economia politica (IdEP). Secondo l’economista, il Dipartimento federale delle finanze tende a sottostimare in modo sistematico le entrate e a sovrastimare le uscite “per stare sul sicuro”, con alcuni dipartimenti, osserva, “che magari non spendono integralmente i crediti concessi durante l’anno”.
La spiegazione non è però esclusivamente di natura tecnica. Centrale è infatti “il freno all’indebitamento”, un principio costituzionale che impone alla Confederazione di non spendere più di quanto incassa nel lungo periodo*, approvato in votazione popolare nel 2001. “Se c’è una legge che vieta di finire in rosso, sei costretto a essere più pessimista in preventivo”, sottolinea Mazzonna. La norma impone di evitare deficit strutturali e riflette un clima politico in cui il disavanzo è percepito come segnale di cattiva gestione. Prudenza tecnica e cultura politica, dunque, si rafforzano a vicenda.

Prof. Fabrizio Mazzonna - Professore di Economia all’USI e direttore dell’Istituto di economia politica (IdEP)
Il confronto con il resto dell’Europa
Nel paragone con gli altri Paesi europei, continua Mazzonna, “la Svizzera si distingue per un livello di debito pubblico tra i più bassi del continente”. Un risultato che, secondo il Professore “è anche il frutto di un’impostazione politica molto rigorosa, condivisa trasversalmente dagli schieramenti che hanno voluto e sostenuto il freno all’indebitamento”.
Proprio questa rigidità, però, può avere un rovescio della medaglia. L’economista osserva che “lo Stato non è un’azienda né un padre di famiglia: in una fase di forte incertezza internazionale, risparmiare troppo rischia di soffocare l’economia anziché sostenerla”. L’esempio citato è quello della Germania, che per anni ha perseguito lo Schwarze Null (ndr: “zero nero”, ossia pareggio di bilancio), riducendo sì il debito ma trascurando investimenti e infrastrutture.
Il punto per Mazzonna dunque non è aumentare la spesa corrente, bensì distinguere tra spesa e investimenti. “In un momento in cui la Svizzera potrebbe finanziarsi a costi molto contenuti, rinunciare a investire in infrastrutture, istruzione e ricerca - cioè nel capitale umano, la principale risorsa del Paese - rischia di compromettere la crescita dei prossimi anni”, ha concluso.
*Cos’è il “freno all’indebitamento”, approvato nel 2001.
Il freno all’indebitamento è il principio costituzionale che disciplina la politica finanziaria federale. Sancito dall’articolo 126 della Costituzione federale e approvato in votazione popolare il 2 dicembre 2001 con l’85% di voti favorevoli, stabilisce che la Confederazione può spendere solo quanto incassa, tenendo conto delle fluttuazioni congiunturali.
Il meccanismo consente deficit limitati nelle fasi di crisi e richiede eccedenze nei periodi favorevoli, con l’obiettivo di evitare squilibri strutturali e stabilizzare il debito nel lungo periodo. In questo modo si mira a garantire sostenibilità delle finanze pubbliche e politica fiscale anticiclica, impedendo un nuovo aumento del debito come avvenuto negli anni Novanta.

I conti della Confederazione
Telegiornale 18.02.2026, 20:00











