Svizzera

Identità elettronica, “ricorsi giunti in ritardo”

Il Tribunale federale motiva la decisione di convalidare la votazione del 28 settembre - I contrari alla legge: “Ci sentiamo presi in giro”

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Nicolas Rimoldi davanti alle telecamere di SRF dopo la sentenza

Nicolas Rimoldi davanti alle telecamere di SRF dopo la sentenza

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Di: ATS/pon 

La legge fissa un termine di tre giorni per contestare l’esito di una votazione popolare, e ciò a partire dalla “scoperta del motivo del ricorso”. È stato il dibattito sul cosiddetto “dies a quo” a determinare la decisione del Tribunale federale, che martedì ha dibattuto in seduta pubblica e infine dichiarato irricevibili - perché giunti troppo tardi - i ricorsi relativi alla Legge sulla identità elettronica, approvata alle urne il 28 settembre dello scorso anno.

Per una maggioranza composta da tre giudici, la data da considerare era la pubblicazione online - il 26 agosto 2025 sulla piattaforma “Finanziamento della politica” del Controllo federale delle finanze - della donazione di 30’000 franchi da parte di Swisscom in favore della campagna per il “sì”. Per due giudici, ritrovatisi in minoranza, era invece un articolo pubblicato dalla NZZ il 21 settembre 2025, che riferiva del finanziamento. In questo caso, alcuni dei ricorsi sarebbero giunti in tempo.

A loro avviso, la piattaforma della Confederazione è difficilmente consultabile, essendo “nascosta da qualche parte tra le migliaia di pagine del sito della Confederazione”.

Questione di coesione nazionale

“Se si decidesse di fissare il termine a partire dell’articolo di stampa, che ne sarebbe delle persone che non leggono la NZZ ma solo il Walliser Bote?”, si è però chiesto un giudice, sottolineando la mancanza di una copertura nazionale. La maggioranza ha inoltre rilevato che tenere conto di un articolo di stampa a scapito della piattaforma della Confederazione avrebbe compromesso la parità di trattamento. Si può garantire che un’informazione della NZZ giunga in ogni angolo della Svizzera romanda o nel sud del Ticino?

Swisscom bacchettata

Vista la non ammissibilità, i giudici non sono quindi entrati nel merito dei ricorsi. Hanno tuttavia affrontato la questione del sostegno finanziario di Swisscom, arrivando in maggioranza alla conclusione che si è trattato di una procedura illecita, vista la posizione particolare occupata da Swisscom, una società anonima di diritto pubblico, nella misura del 51% di proprietà della Confederazione. Solo per uno dei giudici, la società di telecomunicazioni era legittimata a contribuire alla campagna. Per gli altri, vista la sua posizione ha un dovere di neutralità.

UDF e Mass-Voll critiche: “Ci sentiamo presi in giro”

La decisione di Mon Repos ha lasciato l’amaro in bocca all’Unione democratica federale. Vista la decisione basata su motivi formali, “non c’era bisogno di tutta questa messinscena” dell’udienza pubblica, secondo il presidente del partito Daniel Frischknecht, secondo il quale il Tribunale federale ha offerto uno spettacolo deplorevole. “Ci sentiamo in qualche modo presi in giro”, ha proseguito, sottolineando come “nessuno conosca la pagina” del Controllo federale delle finanze, che persino uno dei giudici ha dovuto cercare.

Per Nicolas Rimoldi del movimento Mass-Voll la decisione del Tribunale federale “è una vergogna”, un lasciapassare per la grandi aziende che “possono violare la legge”.

Presidente dei giovani UDC, Nils Fiechter ha ricordato che per la maggioranza dei giudici il contributo di Swisscom era illegale, ma che nessuno si sia soffermato sul fatto che quei 30’000 franchi costituivano ben un quarto dell’intero budget dei sostenitori del “no”, che era di 120’000 franchi.

Si è detta invece soddisfatta Swisscom, che valuterà ora come gestire le future campagne e deciderà di volta in volta come procedere. “Ogni votazione è diversa dalle altre”, ha detto il portavoce Sepp Huber.

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Notiziario 21.04.2026, 14:00

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