Uno jihadista curdo-iracheno di 53 anni è stato condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione e all'espulsione dalla Svizzera per 15 anni nel processo d'appello al Tribunale penale federale (TPF) di Bellinzona.
Si tratta di una sentenza di poco inferiore a quella inflittagli in prima istanza, ossia 5 anni e 10 mesi di prigione per sostegno al sedicente Stato islamico. La corte ha respinto la richiesta del Ministero pubblico della Confederazione (MPC) che chiedeva l'internamento. La sentenza odierna può ancora essere impugnata davanti al Tribunale federale.
Rispetto al primo verdetto, la corte non ha condannato l'uomo - che sta scontando la pena nel carcere di Frauenfeld (TG), ma che verrà presto trasferito - per partecipazione a un'organizzazione criminale, bensì per violazione della legge che proibisce lo Stato islamico e Al-Qaida.
La settimana scorsa, durante le prime fasi del processo, il procuratore Kaspar Bünger aveva giustificato il ricorso in appello per tre ragioni. In primo luogo, contrariamente alla richiesta del MPC, l'iracheno non era stato condannato per aver violato la legge federale che proibisce al-Qaida e lo Stato Islamico, ma per appartenenza a un'organizzazione criminale. Per l'accusa si tratta di un aspetto che andava corretto.
Per la procura federale, l'accusato ha anche spinto la moglie a commettere un attacco suicida in Libano, un elemento che i giudici non hanno tuttavia considerato. Per Bünger, invece, l'incitamento c'è stato.
Infine, l'MPC crede che l'accusato debba assolutamente rimanere in carcere a causa della sua pericolosità e del rischio acuto di recidiva. Una tesi sostenuta da una nuova perizia psichiatrica condotta sull'imputato, secondo la quale l'iracheno soffrirebbe di un disturbo della personalità e sarebbe refrattario a una terapia.






