Il divieto di utilizzare i cellulari nella scuola dell’obbligo ticinese, in vigore da lunedì, è profondamente connesso al tema del disagio giovanile. Ne è convinta anche Teresa Manes, la madre di Andrea Spezzacatena, il 15enne che nel 2012 si è tolto la vita perché vittima di bullismo. Ieri a Chiasso è stato proiettato il film “Il ragazzo dai pantaloni rosa”, incentrato sulla storia di Andrea. Alla proiezione era presenta anche la signora Manes, che ha incontrato i ragazzi delle scuole medie cittadine. SEIDISERA l’ha intervistata, partendo proprio dal tema degli smartphone spenti a scuola.
Pensa che misure di questo tipo possano aiutare a combattere il bullismo e il cyberbullismo?
“Certamente sì - risponde Teresa Manes -. Ma al divieto deve essere aggiunta anche a un’attività di prevenzione, perché i social possono essere un valido strumento se usati in maniera corretta, però giovani e giovanissimi ancora non hanno la percezione dei rischi. Un uso improprio della rete a cui bisognerebbe prepararli. A scuola bisogna andare con la cartella, non con il telefono”.
Il film proiettato a Chiasso racconta la storia di suo figlio. Chi era Andrea?
“Andrea era un ragazzo come tanti. Sicuramente spiccava per la sua sensibilità, che è stata però vista come l’elemento di diversità. Questo ha costituito motivo per bersagliarlo. Su di lui venne costruita una pagina Facebook, dove veniva etichettato come il ragazzo dai pantaloni rosa e preso di mira per un diverso presunto orientamento sessuale. E da lì, insomma, la tragedia”.
È riuscita a scoprire per quanto tempo sono durate queste prese in giro nei confronti di suo figlio?
“Praticamente da subito, con l’ingresso nelle scuole superiori. Questa pagina è nata e si è caratterizzata come un crescendo. Inizialmente come scherzo che poi è sfuggito di mano”.
Da quel dolore così grande è riuscita a fare un percorso di sensibilizzazione nei confronti dei ragazzi. Dove ha trovato questa forza?
“Nell’unica cosa che avevo, nella disperazione. Da lì mi riconosco quella capacità di aver convertito il dolore, che comunque è un’energia, in un qualcosa di benefico, di costruttivo. Utilizzando la stessa storia di mio figlio, quei post che lo hanno denigrato, per sensibilizzare una piena consapevolezza che è ciò che manca soprattutto nei più giovani”.
Come è cambiato in questi ultimi anni l’approccio verso i giovani? Purtroppo la cronaca continua a registrare fatti di disagio giovanile. Qualche giorno fa, a Bergamo, un ragazzo di 13 anni ha accoltellato la sua docente...
“Non ha solo accoltellato, ma ha ripreso la scena per caricarla su una piattaforma. Questo la dice lunga sulla destrutturazione dei processi di costruzione identitaria, perché si sente il bisogno di affermarsi in qualcosa, di diventare qualcuno. E questa è una spinta che gli diamo noi. Noi adulti, insomma, dovremmo accompagnarli in maniera diversa in questa fase evolutiva”.
Il cambiamento?
“Il cambiamento c’è stato. Soprattutto in noi più grandi, che finalmente abbiamo maturato la percezione del bullismo come un fenomeno di devianza e non più come la ragazzata o il passaggio obbligato che a quell’età, insomma, tocca fare per crescere. No, sono dei crimini che devono essere contrastati. L’unica vera arma di contrasto sta nella prevenzione. Quindi anche il divieto del telefonino può essere letto come misura preventiva”.






