Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, è stato ospite a Prima Ora della RSI per presentare il suo nuovo spettacolo “Il reato di pensare”, tratto dall’omonimo libro, in programma il 17 aprile al Palazzo dei Congressi di Lugano.
Il sociologo lancia un allarme: “Se è diventato così difficile dire cosa si pensa, allora siamo messi male”. Crepet spiega inoltre che i social media e la tecnologia digitale impediscono alle persone di pensare liberamente, creando un’omologazione culturale preoccupante. “La questione è se abbiamo o no imboccato una strada utilizzando strumenti che fanno sì che il nostro modo di pensare, addirittura il nostro cervello, ne possa soffrire. Questo è il problema vero”, aggiunge.
Il caso della Norvegia
L’esperto cita l’esempio della Norvegia, uno dei primi Paesi a distribuire i tablet ai bambini, affinché tutti avessero la possibilità di crescere e essere educati attraverso la tecnologia digitale. I risultati sono stati allarmanti: “In Norvegia, un 25-30enne, oggi, non sa bene interpretare un sottotitolo di un film, quindi non capisce la trama”, afferma Crepet.
Il divieto in Ticino
Di recente il Ticino ha deciso di vietare i cellulari nelle scuole dell’obbligo. Un divieto simile è sufficiente a far cambiare le cose? “Il problema è molto più complicato”, spiega Crepet. “Come faccio a far sì che una generazione di bambini possa crescere con un’idea diversa di creatività, delle relazioni e delle emozioni? Come faccio a riabilitare una generazione? Se io tolgo una cosa, me ne devi dare un’altra”.
Le responsabilità della comunità
Crepet estende la responsabilità oltre i genitori, coinvolgendo l’intera comunità. Critica la “comfort zone” che caratterizza non solo gli adolescenti ma anche gli adulti: “Suggerirei di scegliere una vita fatta di cose vere”, conclude.





