Un Cantone equilibrato nella sua politica finanziaria e aperto verso le realtà che lo circondano. È la visione del nuovo presidente del Governo dei Grigioni, Martin Bühler, che il Quotidiano della RSI ha intervistato, a quasi duemila metri di quota, per parlare delle sfide che impegneranno la politica retica.
Un luogo del cuore. Martin Bühler ha scelto la sua baita di famiglia sopra Fideris per lanciare uno sguardo verso l’anno appena iniziato. Un anno che porterà il quarantanovenne liberale a guidare il Consiglio di Stato.
Che anno sarà il 2026 per la politica grigionese?
“Sarà un anno pieno di sfide ma siamo preparati. Sarà un anno interessante, perché non si sa chi sarà in governo per il 2027”.
Lei recentemente ha parlato della necessità di frenare le spese, di mettere le priorità sugli investimenti: quanto è difficile convincere la politica a farlo, con un capitale proprio che si avvicina al miliardo di franchi?
“Se guardiamo un poco più in dettaglio, vediamo che questo miliardo è già pianificato quasi tutto per quattro anni; quello che resta vogliamo tenerlo come riserva. Se freniamo le spese, se ci focalizziamo sulle priorità e facciamo investimenti, possiamo mantenere una buona situazione finanziaria. Lo dico sempre: abbiamo bisogno di una politica di coerenza. O riduciamo le imposte e freniamo i pagamenti o vogliamo più investimenti, ma allora non dobbiamo giocare con le imposte. È semplice”.
È semplice, però alcuni sono critici. Dicono che è troppo prudente. Anche dal suo partito vorrebbero convincerli del ragionamento che ha fatto. Anche questa è una sfida per il 2026?
“Non è il momento per giocare troppo con un sistema stabile. Per il momento bisogna adattarsi a quello che arriva e affrontare queste sfide in maniera controllata. Provo sempre a spiegarlo e anche se non da tutti, un poco mi sento ascoltato”.
Quasi un miliardo di capitale proprio, eppure c’è un ospedale, quello di Samedan, che rischia di essere smantellato. Al di là delle competenze, che sono dei Comuni, non è paradossale questa situazione?
“Questo esempio mostra che dobbiamo continuare a sviluppare il sistema della gestione della sanità ma anche del finanziamento. Ora il dipartimento di Peter Peyer sta preparando una base ma so questo: se i Comuni non si prendono la loro responsabilità non funziona, non si può solo aspettare che il Cantone faccia qualcosa. Non è abbastanza”.
Negli ultimi anni, anche se l’aumento è lieve, il canton Grigioni è diventato un Cantone più germanofono. È una tendenza inevitabile, quindi bisogna solo prenderne atto oppure bisogna fare qualcosa per invertirla?
“Se cresce di più la parte dove si parla tedesco, non si possono inventare italofoni. Ma vediamo, per esempio, uno sviluppo anche nella bassa Mesolcina: c’è gente che entra nel cantone ed è anche una zona dove cresce il numero di abitanti. Abbiamo sempre tanti frontalieri che arrivano per lavorare dalla Valchiavenna, dalla Valtellina. Non dico che possiamo aprire, per far arrivare in massa questa gente ad abitare in Svizzera ma dobbiamo essere in contatto, fare vedere che c’è una cultura di vicini che abitano bene insieme. Penso che possiamo mantenere alta la rilevanza della lingua italiana, per esempio”.
È particolarmente difficile in questo periodo dove sembra invece esserci una tendenza, non solo in Svizzera, alla chiusura, alla difesa da quello che viene da fuori?
“Questa per me è una delle cose più difficili da sopportare. Io penso che la democrazia liberale, la società aperta, ci abbia portato quello che abbiamo oggi: una società forte, ricca, con fiducia nel futuro. Se cominciamo a fermare questi contatti, se ci isoliamo, io sono convinto che questo non ci farà bene. Non è semplice. Dobbiamo trovare buoni accordi con i nostri vicini. Ma isolarsi, perché la situazione nel mondo è più difficile, a mio parere è un grande rischio. Abbiamo bisogno di proteggere la nostra cultura aperta”.
In altre parole, avere sempre un orizzonte ampio, come suggerisce il panorama che si gode dalla baita.
“Quando ho bisogno di aria fresca, anche per la testa, torno qua. È un luogo dove ho passato gli anni dell’infanzia. Ho imparato qui a sciare, ad andare in snowboard, ad accendere un fuoco. Poi, dai 16 ai 22 anni, qui ho organizzato feste. E dopo i miei studi sono tornato qui come papà, con i bambini, e abbiamo ricominciato a fare le stesse cose. La più grande ora ha 15 anni e tre settimane fa, è venuta lei, lei con le sue amiche qui, senza i genitori”.









