“Se non ci facciamo social per raggiungere chi sta sui social, qualcuno ce lo perdiamo”. Così parlava, come prete, Alberto Ravagnani, influencer con centinaia di migliaia di follower sui social. Parlava, perché la scorsa settimana ha annunciato l’addio al sacerdozio.
Ma non è di questo che a Prima ha parlato don Carlo Vassalli, assistente della Pastorale giovanile in Ticino, che pure conosce bene Ravagnani. Il tema è invece quello del rapporto tra giovani e Chiesa e tra Chiesa e tecnologia. Anche l’ospite afferma di usare i social, Facebook in particolare, anche per una questione generazionale. Terreno minato oppure fertile? “Tutti e due - risponde don Carlo -. Un campo minato perché troviamo davvero di tutto e bisogna fare veramente attenzione, ma dall’altra parte sono un luogo come un altro dove puoi cominciare un dialogo”.
Un mondo da visitare, ma che non è per tutti: “Non tutti hanno gli strumenti per entrarvi. Ci sono preti o anche laici animatori che sono più portati per il web. Ognuno deve giocare con i propri carismi (attitudini, ndr)”. L’idea, prosegue don Carlo, è lanciare un messaggio: “Come Pastorale giovanile facciamo una proposta, quindi usiamo i social come mezzo di comunicazione. Penso ai grandi eventi come la Giornata mondiale della gioventù o anche, nel piccolo, al ritiro spirituale che facciamo qui in Ticino per i giovani”. I social diventano anche un terreno, prosegue, dove anche i ragazzi si mettono ogni tanto a creare e aiutare: “Questo è bello perché si tratta di un lavoro d’insieme”.
Ma cosa cercano oggi i giovani nella Chiesa? “Dobbiamo capire prima di tutto cosa cercano in senso lato, nella religione, nella spiritualità. Perché siamo veramente davanti a un mondo immenso. In altre clip don Alberto parlava del contrasto tra giovani e Chiesa come istituzione. Però la domanda di senso e la ricerca profonda i giovani ce l’hanno. Cercano qualche risposta che logicamente non si può trovare sui social”.
Don Carlo non nega, come sosteneva anche il prete influencer, che la Chiesa possa apparire un po’ vecchia e poco attrattiva per i giovani. “È così, non posso negarlo. Ma è come avere una barchetta o una nave mastodontica. La Chiesa, oltre all’organizzazione, dentro di sé ha anche la tradizione, la storia: per questo deve fare delle virate molto lente. Quindi sì, andiamo lenti, ma questo ci aiuta anche a non prendere delle sbandate”.
All’assistente della Pastorale giovanile viene fatta la stessa domanda posta più volte a don Ravagnani: se vivesse oggi Gesù abiterebbe i social? “Penso di sì. Non so in che misura, ma Gesù abitava gli spazi comuni, partecipava ai matrimoni e ha predicato sulla montagna con i suoi, tra virgolette e per semplificare, amici. Sicuramente avrebbe toccato con mano questa realtà”. Sarebbe un influencer quindi? “Chiamiamolo così. Anche se papa Francesco aveva detto che l’influencer più grande era Maria”.






