Ticino e Grigioni

Lupo, che fare? Parola agli esperti

Il tema torna alla ribalta dopo le recenti predazioni avvenute in pieno giorno. Le considerazioni dell’etologo Federico Tettamanti e della biologa faunista Sissi Gandolla

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I comportamenti del lupo

SEIDISERA 28.08.2025, 18:00

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Di: SEIDISERA/RSI Info  

In queste settimane il tema del lupo è tornato prepotentemente al centro del dibattito ticinese, dopo la predazione segnalata al Monte Tamaro e l’incontro ravvicinato sull’alpe Zalto, tra Isone e la Val Colla, che sono state per certi versi anomale, visto che sono avvenute entrambe di giorno, e in presenza sia di cani che di persone.

“Alle nostre latitudini è una completa novità” ha spiegato ai microfoni di SEIDISERA l’etologo Federico Tettamanti. “Effettivamente fino agli anni scorsi avevamo attacchi principalmente di notte, un lupo non si vedeva”. “Il lupo è una specie estremamente adattabile e opportunista. Quello che c’è da dire è che la maggior parte dei lupi tendono comunque ancora ad essere elusivi e muoversi solo di notte” ha aggiunto la biologa faunista Sissi Gandolla.

“Già prima era un problema per la convivenza, di giorno diventa ancora più difficile, perché se di notte io posso proteggere gli animali con le recinzioni elettriche, quindi chiudendoli nei recinti notturni, di giorno devo far mangiare gli animali e se mi attacca anche di giorno diventa davvero complicato” ha osservato l’etologo. “Il lupo inizialmente era molto schivo perché l’abbiamo estinto, quindi i lupi sopravvissuti avevano paura dell’uomo. Perché? Perché l’uomo sparava e quindi li uccideva. Se facciamo un po’ un paragone con i cervi possiamo dire la stessa cosa: il cervo è un animale principalmente diurno da noi, ma non lo vediamo più di giorno perché la pressione venatoria è molto elevata e quindi si muove di notte, quando sa che il pericolo è minore”, ha aggiunto Tettamanti.

“Il lupo fa il lupo. Sta a noi che vogliamo la coesistenza – o che comunque sarà inevitabile – cercare di mettere un limite oltre il quale dobbiamo intervenire” ha spiegato Gandolla, “ed è quello che si fa con la legge di adesso: quando c’è un lupo che oltrepassa le protezioni o diventa troppo poco timido in presenza di esseri umani, si parte appunto con l’eliminazione”.

“Penso che l’aspetto principale è che vorremmo riuscire a infondere ancora del timore nel lupo dell’essere umano, quindi bisogna capire come farlo. Cercare di infondere al lupo la percezione che l’uomo può essere un predatore o comunque un pericolo, e quindi che deve star lontano dove c’è presenza umana” ha sottolineato Tettamanti. “Quando abbiamo degli animali che non si dimostrano problematici dobbiamo lasciarli” ha chiarito la faunista, “perché se noi togliamo un branco o un lupo sappiamo quel che lasciamo, ma non sappiamo mai quello che troviamo. Quando si toglie un branco, nel giro di due settimane il posto è già occupato. Se invece abbiamo lupi che fanno danni che non sono assorbibili da noi, allora c’è sempre la speranza che quello che arrivi dopo possa essere meglio. Però bisogna sempre partire dal presupposto che ci sarà sempre qualche problema, con o senza il fucile”.

Ma quindi, è più una questione di quantità o qualità degli esemplari? “Il 3% degli individui di una popolazione sono ‘matti’, se vogliamo, quindi hanno comportamenti diversi dal resto della popolazione, cosa che succede anche nell’uomo” risponde ha detto l’etologo. “La stessa cosa vale per atteggiamenti controproducenti per la specie, come predazioni o l’avvicinarsi troppo all’uomo. Avendo sempre più lupi questo numero può aumentare e quindi ci imbatteremo sempre più in individui che hanno comportamenti diversi dall’insieme della popolazione”.

C’è una trasmissione di comportamento nelle generazioni? “È così per il lupo, ma non per la specie in generale: vale per alcuni individui che, una volta imparato a fare qualcosa, possono generare un’escalation” ha osservato Gandolla. “Si tratta di comportamenti culturali: quando imparano a saltare recinti o ad attaccare cani o animali grandi – cosa che non vogliamo – allora è giusto intervenire, per evitare che questa trasmissione si diffonda alle future generazioni”.

“È già stato osservato come il maschio e la femmina alfa, cioè i dominanti del branco, quelli che si riproducono, riescano a trasmettere le proprie caratteristiche ai piccoli” ha concluso Tettamanti. “Se sono animali schivi, passano questa personalità alla prole. Se invece gli alfa hanno tendenza ad attaccare pecore, bovini o capre, anche questo sistema di attacco viene tramandato ai cuccioli”.

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