Il mondo dei social network e delle loro community è in continua evoluzione. Sempre più spesso, però, l’impressione è che sulle piattaforme più frequentate – da Instagram a Facebook fino a TikTok – i commenti negativi finiscano per dominare la conversazione, soprattutto quando si verificano delle tragedie significative. L’esempio più recente è da ricondurre all’incendio avvenuto la notte di Capodanno a Crans-Montana: sotto i post che riportavano la notizia, in poche ore sono apparsi, tra gli altri, commenti aggressivi.
Per capire come mai le piattaforme digitali sembrano essersi trasformate in camere di risonanza dell’odio, abbiamo interpellato Gabriele Balbi, professore della Facoltà di comunicazione, cultura e società e Rettore ad interim dell’Università della Svizzera italiana, che analizza il modo in cui sono cambiate le comunità online.

Professor Gabriele Balbi
Come è cambiata la community sui social?
“Negli ultimi anni, le comunità sui social media hanno subito una metamorfosi significativa. Inizialmente concepite come spazi di connessione e condivisione, oggi molte di esse si caratterizzano per la polarizzazione e l’intolleranza. Le piattaforme, da Facebook fino a Instagram o Tik Tok oggi, hanno facilitato la formazione di gruppi omogenei che rinforzano visioni del mondo simili, a scapito del dialogo costruttivo. Spesso questo fenomeno è riferito come bolle o camere dell’eco, ma negli ultimi anni il concetto è stato messo in dubbio da vari studiosi. Una ragione fondamentale della presenza dell’odio online è il fatto che, per default, le piattaforme favoriscono la polarizzazione delle opinioni e dei contenuti, favorendo e rendendo più visibili le opinioni estreme, in grado di generare più rumore ed engagement. Insomma, le community sui social sono sempre più litigiose e sempre meno costruttive. Ma ricordiamoci un’altra cosa: i social non sono nati e non sono costruiti per essere piazze di libero scambio e di dialogo costruttivo (questa è una utopia degli anni ’90 del Novecento o del primo decennio Duemila). Sono invece spazi che profilano gli utenti e l’interesse delle piattaforme che i social li gestiscono è quello di vendere dati degli utenti a inserzionisti pubblicitari. Più il dialogo è estremo e urlato, più si possono profilare meglio gli utenti. C’è quindi un forte interesse economico nella modalità con cui le piattaforme sono pensate e costruite.”
Quali sono i principali fattori che spiegano l’aumento dei commenti di odio sui social negli ultimi anni?
“L’aumento dei commenti d’odio sui social media può essere attribuito a diversi fattori interconnessi. C’è la dimensione di come le piattaforme sono costruite (le affordances) e il fatto che l’algoritmo dei social media tende a privilegiare contenuti provocatori, amplificando il messaggio di odio, come detto sopra. Inoltre, la crescente polarizzazione politica e sociale ha creato un terreno fertile per l’intolleranza. Eventi globali, come le elezioni e le crisi sanitarie, hanno accentuato le divisioni, incoraggiando reazioni emotive forti. Infine, l’assenza di regole chiare sulla moderazione dei contenuti ha permesso a molti di sentirsi liberi di esprimere opinioni estreme senza conseguenze. La combinazione di questi fattori ha reso i social un campo di battaglia per le idee, spesso in modo distruttivo.”
È una crescita reale dell’odio o si tratta di una maggiore visibilità del fenomeno?
“La questione se l’odio sia effettivamente in crescita o se si tratti di una maggiore visibilità è complessa. Da un lato, studi mostrano che la violenza nella società è in declino nei secoli: nonostante il forte aumento della popolazione, omicidi, atti violenti, sono percentualmente in diminuzione, in varie culture. Ne ha parlato in un libro di qualche anno fa, ma ancora oggi valido e illuminante come sono i classici, il sociologo Norbert Elias ne La civiltà delle buone maniere. Ma la nostra sensazione è differente: pare che ci sia sempre più odio e sempre più violenza. Questa percezione si può attribuire al fatto che, sia con la televisione che con il cinema che oggi con i social media, la violenza e l’odio sono sempre più rappresentati. Per esempio, la registrazione di tali atti sui social media hanno reso più evidente un fenomeno che, in passato, era meno visibile. La diffusione di video virali di atti di violenza ha portato a una consapevolezza collettiva che prima era assente.“
C’è, quindi, un meccanismo sociopsicologico che spinge qualcuno a scrivere commenti d’odio sui social?
“Una domanda difficile, da rivolgere anche e soprattutto a psicologi sociali. Alcuni classici della sociologia, in ogni caso, hanno dimostrato che le persone tendono a sentirsi più forti quando si esprimono come parte di un gruppo, il che può giustificare comportamenti aggressivi. Inoltre, gli individui si sentono meno responsabili delle proprie azioni quando sono anonimi o nella folla e questo facilita l’emergere di comportamenti estremi. L’anonimità online, in realtà, è solo apparente come dimostrano le centinaia di denunce. Questo mix di fattori, oltre a quanto già detto sopra, rende i social media un terreno fertile per l’odio.”
Che ruolo giocano anonimato e disinibizione digitale?
“L’anonimato consente agli utenti di esprimersi senza temere conseguenze, portando a una maggiore libertà di espressione, ma anche a comportamenti più aggressivi. La disinibizione invece è da definire. Cosa si intende? Gli ambienti online possono sia favorire comportamenti meno rigidi, sia però hanno delle regole ben definite.”
I social media amplificano sentimenti già presenti nella società o contribuiscono a crearli?
“Tecnologia e società, da sempre e con ogni strumento, sono intrecciati. E quindi non si può stabilire chi abbia effetto sull’altro, ma gli studiosi parlano spesso di “mutual shaping”, ovvero di effetti incrociati e reciproci. Ovviamente, molte emozioni e opinioni, come la rabbia e l’intolleranza, erano già presenti nella società prima dell’avvento delle piattaforme digitali e direi che sono connaturate alla natura umana. Le reti sociali, tuttavia, amplificano questi sentimenti attraverso algoritmi che premiano il contenuto emotivamente carico. Questo processo non è neutro e ogni nuova tecnologia plasma e costruisce i nuovi comportamenti (e gli esseri umani, di converso, adattano quella tecnologia ai propri bisogni e anche ai sentimenti). Ad esempio, movimenti come “Black Lives Matter” hanno utilizzato i social per mobilitare e catalizzare sentimenti di giustizia sociale, ma anche per esacerbare divisioni esistenti.”
Siamo più intolleranti?
“Impossibile rispondere, perché dovremmo avere una sorta di misuratore di intolleranza che si possa adattare alle diverse culture e al tempo (e quindi alla storia). La questione se siamo diventati più intolleranti è complessa e dipende da molti fattori. Alcuni studi suggeriscono che la polarizzazione politica e sociale è aumentata negli ultimi anni, portando a una maggiore intolleranza verso le opinioni diverse. Tuttavia, è essenziale considerare il contesto: l’aumento della consapevolezza e della visibilità di questioni come il razzismo, il sessismo e l’omofobia ha portato a reazioni contrastanti. Mentre alcune persone possono sentirsi più autorizzate a esprimere opinioni intolleranti, altre si mobilitano per l’inclusione e il rispetto.”

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