RICANDIDATURA ZALI

Se salta l’intesa Lega-UDC, il PLR è “in pole position”

Il politologo Oscar Mazzoleni legge la crisi tra i due partiti come una questione di rapporti di forza, non di personalismi

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Il consigliere di Stato leghista Claudio Zali e quello liberale Christian Vitta

Il consigliere di Stato leghista Claudio Zali e quello liberale Christian Vitta

  • © Ti-Press / Pablo Gianinazzi
Di: Lorenzo Perren 

Se l’alleanza tra Lega e UDC dovesse saltare in vista delle cantonali ticinesi 2027, lo scenario per il Consiglio di Stato cambierebbe radicalmente. “Si apre l’opportunità per un secondo seggio liberale”, afferma il politologo Oscar Mazzoleni, docente all’Università di Losanna e studioso della politica ticinese. “Il PLR sarebbe in pole position per avere più spazio in Consiglio di Stato”.

Ma siamo davvero a quel punto? Mazzoleni invita alla cautela. “L’intesa è a rischio, ma la partita non è chiusa”, sottolinea, ricordando che l’UDC non ha ancora pronunciato un no definitivo. E ricordando soprattutto che i giochi non si fanno solo in Ticino.

Una crisi di rapporti di forza

A monte della tensione innescata dalla ricandidatura di Claudio Zali c’è, secondo Mazzoleni, una trasformazione strutturale. “La Lega fino a poco tempo fa dava per scontato di essere il fratello maggiore. Oggi questa dinamica non è più scontata e i rapporti di forza sono mutati”, spiega.

Zali, in questo senso, “si presenta come portavoce di quella parte della Lega – lo ha espresso lui stesso – che teme di essere fagocitata, di diventare il fratello minore”. Non è una questione di simpatie o antipatie: “Zali non dice che gli sta antipatico qualcuno dell’UDC e non chiude, come anche la Lega, ad un cambio di rotta dell’UDC”. Manifesta le sue preoccupazioni per ”un rapporto di forza che è cambiato e che mette inevitabilmente in causa le relazioni e le dinamiche tra i due partiti”.

La politica ticinese è più personalizzata oggi di ieri. Tuttavia, se la chiave di lettura delle tensioni Lega-UDC insiste sui personalismi, è anche perché la Lega fatica a rinnovarsi. “Non avendo un ricambio, è chiaro che la Lega si presenta soprattutto attraverso singole specifiche persone, e questo enfatizza una lettura fondata sulla personalizzazione”: con volti nuovi, si parlerebbe del movimento in sé.

Alla base di questo spostamento c’è anche un avvicinamento politico. “La Lega, qualche anno fa, era paradossalmente più diversa dall’UDC di quanto lo è stata in questi ultimi anni dal punto di vista politico”, spiega Mazzoleni. “Pensiamo all’anima sociale” del movimento di Via Monte Boglia: “In qualche modo è meno centrale oggi rispetto al passato. Questo ha avvicinato la Lega all’UDC su posizioni più di destra economica”. Un avvicinamento che rende più fragile l’alleanza: “Una parte dell’elettorato si è mossa passando dalla Lega all’UDC, perché su tante questioni le differenze non sono così significative. Per questo, anche, oggi chi è preoccupato di essere fagocitato enfatizza le differenze”.

04:16
Norman Gobbi e  Claudio Zali

Di candidature, Zali, Lega, e alleanze a rischio

SEIDISERA 24.03.2026, 18:00

  • © Ti-Press / Samuel Golay

Niente di nuovo sotto il sole, ma con un’incognita in più

Mazzoleni ricorda che la relazione tra Lega e UDC è da sempre segnata da un’oscillazione tra cooperazione e competizione. “Quanti mal di pancia ci sono stati nel corso del tempo, quante volte l’intesa era lì per chiudersi e poi si è riaperta”, osserva, richiamando oltre due decenni di convivenza non priva di scossoni. Del resto, nota, questa stessa discussione pubblica fa parte del gioco: “Rende visibile, pone il problema, tematizza. E questo fa parte di quasi tutte le campagne elettorali degli ultimi trent’anni”.

Quella in corso, insomma, non è una situazione inedita. È però la prima in cui il “fratello minore” non è più chiaramente tale, e in cui nessuno sa con certezza chi pesi di più. “Non si sa neanche quanto la Lega elettoralmente oggi valga rispetto all’UDC se si va alle elezioni cantonali”, rende attenti Mazzoleni. “Questa incertezza va tenuta in conto nella fibrillazione, tensione, discussione tra i due partiti”. In una fase così, misurarsi è inevitabile e mettere sul tavolo anche il rischio di rottura definitiva “fa parte della negoziazione”.

La variabile Berna

L’elemento che potrebbe rivelarsi decisivo è quello federale. L’UDC ticinese dispone oggi di un seggio al Consiglio degli Stati (quello di Marco Chiesa) e di due al Nazionale, contro uno solo della Lega. Senza intesa, quei seggi sono a rischio. “L’UDC nazionale non starà a guardare”, prevede Mazzoleni. La posta in gioco, per i democentristi, sono le elezioni federali del 2027, sono i rapporti di forza in Parlamento.

E questo vale soprattutto per la Camera alta: “ogni Cantone conta, come ogni seggio”. In tal senso, l’intervento della sezione nazionale dell’Unione democratica non sarebbe un’eccezione. In passato “quando il problema si è posto”, continua il politologo, “in un modo o nell’altro l’UDC nazionale è sempre intervenuta per pacificare, perché era nel suo interesse avere un’intesa con la Lega”.

Se l’intesa non ci sarà questa volta, “Chiesa avrebbe più difficoltà; candidati potenzialmente forti potrebbero probabilmente presentarsi in competizione anche a destra, ponendo un’ipoteca su quel seggio”. Anche al Nazionale la competizione si farebbe più aperta: “Tutti gli equilibri verrebbero rimessi in discussione e si aprirebbero opportunità per gli altri partiti di competere su quei seggi”.

La palla, conclude Mazzoleni, è ora nelle mani dell’UDC. Una risposta che tarda ad arrivare, e che potrebbe non dipendere soltanto da Bellinzona.

E se si cambiassero le regole del gioco?

C’è chi, anche di fronte a queste dinamiche, invoca il sistema maggioritario. Mazzoleni raffredda le aspettative: “Bisognerebbe comunque creare delle intese, a destra come a sinistra, e non è detto che tutti sarebbero d’accordo sui candidati da mettere in lizza”. Le coalizioni resterebbero necessarie, e con esse le stesse tensioni. “Non si risolve automaticamente la frammentazione passando a un sistema di questo tipo”. Il nodo, insomma, non è nel meccanismo elettorale, ma nei rapporti di forza che lo precedono.

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