C’è, nelle elezioni per il rinnovo dei poteri comunali in 90 dei 135 Comuni ticinesi, un qualcosa che le rende interessanti al di là del “verdetto” delle urne. È il disinteresse (17%) registrato dal voto per corrispondenza – voto temuto e osteggiato per anni in Ticino a causa del possibile “galoppinaggio” – , che sembra accomunare centri e periferie. E, si badi bene, alle elezioni cantonali ticinesi del 2015, il 62,28% degli aventi diritto che aveva votato, nell’80% dei casi aveva fatto uso proprio del voto per corrispondenza.
Cos’è che sta “frenando” il voto “casalingo” a vantaggio del voto al seggio? Alcune persone che almeno una volta si sono messe a disposizione della comunità, ci hanno spiegato che il seggio è, per le elezioni comunali, un “passaggio obbligato”. È lì che il cittadino vede in faccia la persona alla quale sta per dare il suo voto. È lì che il cittadino decide, definitivamente, se il suo candidato o la sua candidata, siano degni del mandato a rappresentarlo nella gestione della cosa pubblica. È lì, al seggio, che si consuma uno degli ultimi atti di relazione sociale che la vita politica contemporanea regala: il saluto, il sorriso, lo scambio d’opinioni sui fatti di cronaca più recenti, le ultime notizie sui vicini di... quartiere.
Ma allora tutti gli affollatissimi aperitivi autopromozionali dei candidati non sono serviti a niente? Sicuramente, con santini e gadgets, a qualcosa saranno pure serviti, ma... andare al seggio, a parer nostro, è un po’ come riscrivere “il sabato del villaggio”, quello che di sette è il più gradito giorno, “pien di speme e di gioia”. Già, perché andare a votare al seggio, ha in sé la speranza di incontrare esseri umani in carne ed ossa e ti permette di vivere la gioia di poter stringere la mano di una persona come te, di poterle dire, guardandola negli occhi: “Sono venuto qui a votare per lei. Sia degno della mia decisione”. Una soddisfazione che non ha prezzo. Per tutto il resto... c’è il voto per corrispondenza.
Matilde Casasopra






