Liza* ha 32 anni, è ucraina e si divide fra il Ticino, dove vive il compagno, e la natia Kharkiv. La Russia lì è vicina. Fra la seconda città dell’Ucraina per popolazione (quasi 1,5 milioni di abitanti) e il confine ci sono poche decine di chilometri.
In piazza a manifestare
Russia vicina e minacciosa: “Temiamo che accada quanto è successo in Crimea”, dice la giovane, che Putin malgrado le sue rassicurazioni “voglia anche l’est dell’Ucraina. Vengo da lì e non posso stare tranquilla. Sono preoccupata per mia mamma”. La madre è russa, il russo è la lingua che Liza parla a casa, come moltissimi altri nella regione. Lei però è certa che il futuro debba essere con Kiev e con l’Europa, non con Mosca, nella cui incompiuta democrazia non ha fiducia. Per manifestare la sua convinzione in febbraio è anche scesa in piazza, un video in rete la ritrae fra i dimostranti. “Eravamo qualche migliaio”, racconta, “gli uomini attorno e le donne in mezzo. È stato un corteo pacifico, ma a quello del giorno dopo è arrivata la polizia”. E il compagno, dalla Svizzera, le raccomandava di restarsene a casa.
Tornata a casa in gennaio
Liza era rientrata in patria a metà gennaio, quando nella capitale era già iniziata la fase violenta della protesta, sfociata un mese dopo nell’allontanamento di Viktor Ianukovich: “Si vedevano i resti degli pneumatici bruciati per difendersi dalla polizia”. A Kharkiv gli echi della contestazione sono giunti più tardi ed il clima che si respira ha iniziato a cambiare. “C’è più nervosismo, la gente esce meno di casa, la polizia non lavora più come prima”, dice.
"La pensione di mamma non arriva"
Il contraccolpo è stato anche economico. Il nuovo premier Iatseniuk, appena arrivato al potere, aveva avvertito che le casse del paese erano vuote. Infatti “la pensione di mamma non è ancora arrivata questo mese, continuano a dire ‘più tardi, più tardi’”. I prelievi di denaro sono stati limitati, ai bancomat si fa la coda, è difficile anche ritirare i soldi spediti dall’estero. “Ci sono banche che non riescono a dare più dell’equivalente di 30 euro al giorno”. Tutto in grivnie, la divisa locale, che si è fortemente svalutata dall’inizio della crisi. Euro e dollari sono esauriti. I negozi non sono vuoti, ma la gente “comincia a fare la fila per fare scorte”. E c’è chi boicotta i prodotti russi, riconosciuti dal numero dei codici a barre.
Si informa in rete
Dal 1° marzo Liza è di nuovo in Ticino. Segue attraverso internet l’evoluzione della situazione. Le amiche la aggiornano su Facebook. “Non parlo più con loro, sono stanca di litigare”, dice invece degli amici in Russia e in Ucraina che non la pensano come lei. Ha saputo degli scontri del 14 marzo, in cui a Kharkiv sono morte due persone. “Prima la protesta era pacifica”, dice, “poi sono arrivati i provocatori e nessuno può dire con certezza di quale delle due parti sia la colpa”. I siti di informazione li legge, ma da tempo non si fida più: troppo diverse le versioni fra russi ed ucraini.
*nome di fantasia
Stefano Pongan
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