Netanyahu lo ha corteggiato (keystone)

Israele, a Ben Gvir la Sicurezza nazionale

Benyamin Netanyahu ha fatto concessioni all'estrema destra per riuscire a formare un nuovo Governo

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Itamar Ben Gvir, esponente di spicco della destra radicale israeliana, sarà ministro della sicurezza nazionale in Israele, un nuovo dicastero con pieni poteri su dossier importanti e che gestirà per esempio direttamente la polizia di frontiera, un corpo scelto di oltre 2'000 uomini chiamato in particolare a gestire disordini, compiere arresti ma anche evacuare insediamenti illegali nei Territori palestinesi. Compiti fin qui alle dipendenze del comando centrale dell'esercito. La formazione di Ben Gvir riceverà inoltre altri due dicasteri. È questo il primo accordo annunciato venerdì dal Likud, il partito che ha vinto le elezioni del 1° novembre, le quinte in meno di quattro anni nel Paese. Il premier incaricato Benyamin Netanyahu - già alla guida del Paese per 16 degli ultimi 26 anni - sta negoziando con altre tre formazioni per costituire quello che si profila come il Governo più a destra della storia del Paese. Riuscire a restare al potere è per lui vitale: lo proteggerebbe dai procedimenti giudiziari in corso nei suoi confronti, anche se per questo deve scendere a patti. E proprio la nomina di Ben Gvir, che ha ottenuto quanto aveva chiesto (la sua formazione "Otzma Yehudit", "Potere ebraico", avrà altri due dicasteri) e che ha celebrato la propria vittoria su Twitter, fa particolarmente discutere.

Uno dei grandi vincitori delle elezioni di inizio novembre
Uno dei grandi vincitori delle elezioni di inizio novembre (keystone)

Chi è Itamar Ben Gvir

In Parlamento dal 2021, Itamar Ben Gvir è un avvocato 46enne, che ha fra i suoi clienti coloni illegali (anche gli occhi di Israele e non solo del diritto internazionale). Ha una lunga storia di dichiarazioni anti-arabe e di gesti eclatanti, che inizia già negli anni '90, quando apparve in tv con il simbolo della Cadillac staccato dalla vettura di Yitzhak Rabin. "Siamo arrivati alla sua auto, arriveremo anche a lui", disse. Parole profetiche, perché poche settimane dopo il premier che portava avanti il processo di pace venne assassinato da un estremista. Ora Ben Gvir, colono a sua volta, assicura però di aver moderato le proprie posizioni, che gli sono valse in passato decine denunce e anche alcune condanne. È stato un seguace del rabbino razzista Meir Kahane, bandito dal Parlamento e il cui partito Kach fu dichiarato terrorista dagli Stati Uniti. Kahane morì assassinato a New York nel 1990. Ben Gvir gira con la rivoltella alla cintura, non ha esitato a estrarla di fronte a una guardia palestinese, si oppone alla creazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania e sostiene gli ebrei che pregano sulla Spianata delle moschee a Gerusalemme. Ha auspicato sanzioni durissime nei confronti dei manifestanti (arabi) che lanciano pietre o molotov e ammorbidite se non addirittura cancellate per i soldati che invece aprono il fuoco.

Le reazioni politiche

L'annuncio della nomina ha suscitato le immediate reazioni di centristi e sinistra in Israele. L'attuale responsabile della difesa, Benny Gantz, ha attaccato Netanyahu interrogandosi su quello che ha definito "uno smantellamento della sicurezza" e il pericolo della "istituzione di un esercito privato per un uomo forte". L'ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot ha definito la futura nomina di Ben Gvir a ministro della Sicurezza nazionale "un triste gioco sulle spalle dei cittadini di Israele" e "con nessun collegamento alla realtà o ai bisogni del Paese".

Bisognerà vedere inoltre che ne penserà l'amministrazione democratica degli Stati Uniti, che da tempo ha messo in guardia Netanyahu sul coinvolgimento di Ben Gvir e di altri esponenti dell'estrema destra nel Governo che probabilmente verrà annunciato all'inizio del prossimo mese. Tel Aviv e Washington sono già in disaccordo per la decisione a metà novembre della Casa Bianca di indagare in maniera indipendente sulla morte della giornalista palestino-statunitense Shireen Abu Akleh, colpita da soldati israeliani a Jenin l'11 maggio.

ATS/Reuters/pon
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