Mosul, Iraq – L’ingresso della moschea al-Nouri dopo la battaglia e l’esplosione
Mosul, Iraq – L’ingresso della moschea al-Nouri dopo la battaglia e l’esplosione (Laura Silvia Battaglia)

Stato islamico sconfitto a Mosul

L'avanzata dell'esercito iracheno prosegue contro le ultime sacche di resistenza nella città - Il videoreportage in esclusiva

La vittoria sullo Stato Islamico a Mosul è imminente, anche se il premier iracheno Haider al Abadi, in visita alla città nella zona Est e Sud-Ovest l’ha data per avvenuta. Di fatto, nel quadrilatero di pochi chilometri nella città vecchia, alle spalle della moschea al Nouri e del minareto al Hadba andati in pezzi, sono ancora asserragliati i miliziani dell'IS più duri e puri. Le tre brigate del 16esimo battaglione della Golden Division non hanno ancora concluso il loro lavoro: i cecchini sono nascosti nelle case e colpi di mortaio ed RPG cadono sulla zona già conquistata dalle forze irachene.

 

Nessuno si può dire al sicuro – dice il tenente Baarak al Malaki – stiamo combattendo casa per casa, stanza per stanza. Irrompere in un edificio significa anche trovare potenzialmente più di un suicida ad attenderci in qualche stanza”. Nella giornata di domenica, l’ospedale da campo sulla front line ha assistito dieci soldati feriti ma sabato, quando ai media è stato interdetto l’accesso alla prima linea, ne sono stati assistiti fino a 20, oltre a 76 civili. Gli operatori della Mezzaluna Rossa attivi nell’area dei combattimenti ci raccontano di aver tirato fuori molte persone, militari compresi, dalle macerie e dai detriti delle esplosioni, causate dai colpi di artiglieria.

Il tenente colonnello Ali Hussein, che comanda la seconda brigata lo dice senza remore: “Ne abbiamo uccisi 26. Tra loro c’erano molte donne suicide con i bambini in braccio. Non avevamo scelta”. Gli altri miliziani di dell’IS sono arretrati lungo il Tigri, da dove continuano ad attaccare e dove la seconda brigata ha già piantato la bandiera irachena. In pochi si sono arresi. Come Mashaan Ahmad, di Mosul, che si contorce terrorizzato in un angolo della sua prigione temporanea – una casa della città vecchia che serve da avamposto alle forze irachene. Indossa una maglia da calcio con la scritta “France” e dice che non è uno di loro. “Sono stato costretto a diventare un miliziano di Daesh perché avevo paura per la mia famiglia”.

Laura Silvia Battaglia

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