(Keystone)

"Non sempre basta il tasso di anticorpi"

L’epidemiologo Antoine Flahault spiega perché il Consiglio federale propone un certificato Covid di durata inferiore sulla base del test sierologico

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Chi può provare di essere guarito dal coronavirus con un test PCR, che rileva la presenza del materiale genetico del virus, per ottenere un certificato Covid valevole per un anno finora doveva fare un’iniezione di vaccino. Il Consiglio federale ha ora proposto di rilasciare il pass della stessa durata senza una nuova puntura, mentre fino ad ora era limitato a sei mesi. Un cambiamento, spiega l’epidemiologo Antoine Flahault, in linea con i dati raccolti in ambito scientifico. "Chi è guarito ha una protezione dalle forme gravi della malattia molto simile a quella che conferisce il vaccino. Concedere ai guariti il certificato sembra quindi abbastanza ragionevole" sottolinea Flahault.

Il certificato sarà valido per un anno in Svizzera e 180 giorni all’estero. Per chi risulta positivo a un test sierologico, che rileva la presenza degli anticorpi, il pass sarà invece valido per tre mesi. "Il tasso di anticorpi non è un buon indicatore della protezione. Se si hanno gli anticorpi significa che abbiamo incontrato il virus, ma non si sa quando. Del resto, se non ce lo ricordiamo, probabilmente la malattia era asintomatica o leggera, cosa che, intuitivamente, dovrebbe fornire scarsa protezione" spiega l’epidemiologo.

Un’altra novità riguarda chi arriva dall’estero: il Consiglio federale propone un certificato Covid di un mese per chi si è fatto vaccinare con prodotti non omologati dalla Confederazione, ma approvati dall’Organizzazione mondiale della sanità, che ha sede in Svizzera. Una scelta logica, secondo Flahault, viste le incoerenze dei farmaci accettati presenti nella lista dell’Unione Europea, che per esempio non accetta la versione indiana di AstraZeneca fatta su licenza britannica

RG 8.00 del 21.10.21: la seconda parte dell'intervista di Lucia Mottini all'epidemiologo Antoine Flahault
RG 8.00 del 21.10.21: la seconda parte dell'intervista di Lucia Mottini all'epidemiologo Antoine Flahault
RG/sf
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