Uma Thurman con la sigaretta in
Uma Thurman con la sigaretta in "Pulp Fiction" (1994) (Miramax)

Via il fumo dai film?

L'OMS sensibilizza sul rapporto diretto tra sigarette sullo schermo e aumento dei fumatori

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In un rapporto pubblicato a Ginevra il 1 febbraio, l'Organizzazione mondiale della sanità ha preso posizione in maniera netta - non è la prima volta - contro le scene in cui si mostra l'utilizzo di sigarette e affini all'interno dei film. La richiesta ai governi è di stabilire regole che impongano tra le altre cose di segnalare in maniera chiara le produzioni di questo tipo.

Un film che nuoce gravemente alla salute

Forse si può immaginare qualche dicitura di questo tipo da apporre a inizio film. Fatto sta che sono molte le nazioni che già da tempo stanno prendendo delle misure: la Cina ha imposto di non girare scene in cui il fumo venga mostrato in maniera "eccessiva"; l'India ha stabilito nuove disposizioni ad hoc. E l'OMS spinge perché ci sia la certezza - scritta nero su bianco nei titoli - che i produttori non ricevano soldi per mettere immagini tabagistiche all'interno dei film. Altra battaglia: niente pubblicità delle marche di sigarette al cinema, regola per altro già recepita negli ordinamenti di quasi tutti i paesi europei. La Svizzera si sta adeguando attraverso la nuova legge sui prodotti del tabacco (votazione in Parlamento prevista per fine 2016 e entrata in vigore prevista nel 2018).

A inquietare sono gli studi sui giovanissimi

In America, scrive l'OMS, il fumo sullo schermo sarebbe all'origine del 37% dei nuovi consumatori di tabacco adolescenti. Secondo una stima, 6 milioni di giovani americani nel 2014 avrebbero iniziato a fumare ispirati dai film. 2 milioni di essi - ipotizzano a Ginevra - moriranno nel tempo per malattie connesse al tabacco.

I film americani che contengono scene di fumo sono il 44% del totale (il 36% di quelli che si rivolgono a un target giovanile), ma si sale al 59% considerando solo i titoli di maggior successo. Insomma secondo l'OMS la settima arte costituisce "una fonte importante di promozione per i prodotti del tabacco".

La questione vista da una prospettiva cinematografica

Sono dati drammatici, che fanno riflettere. Risultano però un po' meno univoci e assoluti se si parte da considerazioni culturali, legate alla storia di un medium - l'arte cinematografica - che è stato fin dalle sue origini specchio (anche critico) della società.

In questo senso, per assurdo, un'ipotetica Marlene Dietrich con le sigarette cancellate al computer rischierebbe di non essere concettualmente lontana dai nudi vaticani, coperti per presunto pudore.

Sono lontani i tempi in cui Marlene Dietrich con la sigaretta significava emancipazione femminile
Sono lontani i tempi in cui Marlene Dietrich con la sigaretta significava emancipazione femminile (Keystone)

Che atmosfere noir trasmetterebbe un Humphrey Bogart senza bionda tra le dita? Sarebbe il paladino di una metà '900 di salutismo ante-litteram e buone azioni da giovani marmotte? Da Lauren Bacall non verrebbe rimbalzato? Per non dire degli anni '50 e '60 dei James Dean, dei Brando, delle Marilyn e delle Hepburn: in che misura sarebbero fedeli al loro tempo senza un elemento onnipresente nella società come era il tabacco?

Humphrey Bogart e Lauren Bacall in
Humphrey Bogart e Lauren Bacall in "Il grande sonno" (1946) (Keystone)

Per venire a periodi più recenti e ai primi esempi che vengono alla mente, Tarantino sarebbe in grado di dar vita alla tensione iperrealistica di "Pulp Fiction" (1994) senza uno dei principali elementi identitari dei suoi personaggi? Lo spleen esistenziale di "Smoke" (1995) riuscirebbe mai a passare da sentieri diversi (se possibile innocui per la salute)? Certo, William Hurt e Harvey Keitel potrebbero trovare fertile terreno d'intesa nel découpage, nella pittura con le dita o nella guida di automobiline radiocomandate su circuito. Ma vuoi mettere? Difficilmente Auggie Wren partorirebbe il suo celeberrimo racconto di Natale fuori da quel contesto fatto di infiniti pensieri fumosi.

William Hurt e Harvey Keithel in
William Hurt e Harvey Keithel in "Smoke" di Wayne Wang (Miramax)

E se l'italiano Aureliano Amadei nel realizzare il suo film da (fumatore) sopravvissuto alla strage di Nassiriya dovesse osservare norme restrittive, non suscettibili di influenzare i ragazzi, gli toccherebbe travisare i fatti e intitolarlo "20 mentine" anziché "20 sigarette"?

"20 Sigarette" di Aureliano Amadei (2010) (Istituto Luce)

Gli esempi possibili naturalmente sono altri mille. Non che qui si voglia negare il fatto che le richieste nei confronti dell'industria delle immagini siano meritorie o sacrosante. Fa benissimo l'OMS a gridare a gran voce contro metodi di pubblicità occulta che compromettono la salute pubblica. È uno dei suoi tanti encomiabili compiti. Nello stesso tempo non si può fare a meno di riflettere sul fatto che un cinema senza fumatori, alcolisti, tossicodipendenti e tanto altro sarebbe rassicurante, magari promotore di ispirazioni più sane, ma non rifletterebbe in maniera completa e soddisfacente la realtà. 

MZ
 

 

 

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