Giornata memoria

Quando il passato bussa ancora

La Giornata della Memoria non è un rito: è un argine. E ogni svastica che riappare, come a Lodrino, ci ricorda quanto sia fragile

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Riflessioni a margine della Giornata della Memoria
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Di: Mat Cavadini 

Ci sono giorni in cui la memoria sembra un argine, e giorni in cui capisci che quell’argine fa acqua da tutte le parti. La Giornata della Memoria appartiene alla prima categoria; la svastica comparsa a Lodrino, alla seconda. È questo il paradosso: mentre ricordiamo il punto più basso della storia europea, qualcuno, da qualche parte, si prende la briga di evocarlo con una bomboletta. Non è solo vandalismo. È un ritorno di fiamma, un lampo nero che attraversa il presente e ci ricorda che il passato non è morto, non dorme, non si lascia archiviare. Aspetta solo una crepa.

La Giornata della Memoria nasce per ricordare la liberazione di Auschwitz, il 27 gennaio 1945: il momento in cui il mondo fu costretto a guardare in faccia l’orrore. Lì dentro, in quel complesso di campi, erano stati deportati più di un milione di ebrei; solo una minoranza ne uscì viva. In tutta Europa, la Shoah inghiottì circa sei milioni di persone, cancellando famiglie, lingue, comunità intere. È una cifra che rischia di diventare un numero come gli altri, se non la si riempie di volti, di storie, di assenze. E ogni volta che una svastica riappare su un muro, come a Lodrino, quel numero torna a pulsare: non come memoria, ma come avvertimento.

La memoria è un muscolo. E come tutti i muscoli, se non lo si usa si atrofizza. Non basta dire “mai più” una volta l’anno: bisogna capire perché quel “più” continua a ripresentarsi sotto forme sempre uguali, sempre infantili, sempre pericolose. Perché chi traccia una svastica oggi non sta evocando un passato lontano: sta testando i limiti del presente. Sta verificando quanto spazio c’è per normalizzare l’odio, per banalizzare la violenza simbolica, per trasformare un simbolo di sterminio in un graffito da sabato sera.

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Forse la cosa più onesta che possiamo fare oggi è riconoscere che la memoria non è un vaccino definitivo. È un richiamo periodico. Funziona solo se la si rinnova, se la si discute, se la si mette in relazione con ciò che accade fuori dalle cerimonie. Funziona se la si porta nelle scuole, nelle piazze, nei luoghi dove i simboli si formano e si deformano. Funziona se la si sottrae alla retorica e la si restituisce alla vita quotidiana.

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La svastica di Lodrino non è un incidente isolato. È un promemoria. Un modo sgraziato, violento e codardo per dirci che la memoria non è mai garantita. Che il passato non passa da solo. Che il presente, se non lo si presidia, si riempie di ombre.

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